Le carceri della Campania scoppiano. E così misure alternative alla detenzione, a cominciare dalla messa alla prova e dall’affidamento al servizio sociale, appaiono decisive per decongestionare le celle e rieducare i reclusi. Il problema è che gli uffici dell’esecuzione penale esterna non dispongono di un numero sufficiente di assistenti sociali, educatori e agenti di polizia penitenziaria. «Una difficoltà organizzativa seria e concreta», si legge nella relazione annuale sulle condizioni degli istituti penitenziari della Campania: parole che impongono un intervento rapido e drastico, indispensabile per contrastare il sovraffollamento ed evitare che tanti progetti subiscano un brusco stop. Secondo le stime ufficiali, in Campania i soggetti affidati agli uffici dell’esecuzione penale esterna sono stati circa 9mila, addirittura 3mila in più rispetto al 2018.

Il dato è tanto più significativo se si pensa che in altre regioni, come la Calabria con le sue cinque province, quel numero non supera le 3mila e 600 unità. Solo in Lombardia, che però conta sette province, i detenuti in esecuzione penale esterna sono più di 16mila. Se si pensa che i soggetti in esecuzione penale esterna dovrebbero essere circa 4mila e 800 a regione, si comprende la proporzione enormemente maggiore dei dati campani. Che cosa vuol dire? «Nella nostra regione si registra una concezione della pena rieducativa più che punitiva – si legge nella relazione annuale firmata dal garante dei detenuti – che è però collegata alla difficile situazione del sovraffollamento carcerario».

In altre parole, ai detenuti che debbano scontare pene non superiore ai quattro anni per determinati reati si concedono l’affidamento in prova ai servizi sociali, la detenzione domiciliare, la semilibertà o il lavoro di pubblica utilità per contenere il caos nelle prigioni. Questo largo ricorso alle misure alternative, però, presuppone che gli uffici preposti siano dotati del personale necessario. Servono figure che aiutino e controllino le persone sottoposte a messa alla prova o affidate al servizio sociale, che sostengano i condannati nel lavoro di pubblica utilità, che indaghino sulla situazione individuale e socio-familiare di quanti chiedano di essere ammessi alle misure alternative, che forniscano consulenze ai vertici degli istituti penitenziari per favorire il buon esito del trattamento. In Campania ci sono? Sì, ma non a sufficienza. Basti pensare all’ufficio per l’esecuzione penale esterna di Napoli, dove si contano soltanto 34 assistenti sociali, 24 amministrativi, nove poliziotti, tre psicologi e 12 esperti del servizio sociale chiamati a seguire quasi 6mila soggetti. E le carenze di personale sono altrettanto evidenti nelle altre province della Campania.

Eppure l’esperienza regionale dimostra quanto sia importante, per i detenuti, accedere alle misure alternative e ricostruire, seguendo questa strada, un futuro fuori dal carcere. A Napoli, per esempio, il progetto Obiettivo Persona ha consentito la realizzazione di visite guidate a carattere culturale e l’attivazione di gruppi di discussione di cui sono stati protagonisti i detenuti ai domiciliari. I progetti Apitour e Terra Felix hanno portato all’attivazione di tirocini formativi rispettivamente nel campo dell’apicoltura e dell’agricoltura, senza dimenticare i percorsi di sostegno alla genitorialità, i laboratori di ceramica e le azioni di riqualificazione urbana che hanno visto impegnati migliaia di detenuti. Con risultati incoraggianti anche sotto altri aspetti: rispetto alla cosiddetta popolazione ristretta, cioè alle persone che si trovano in cella, tra i detenuti in esecuzione penale esterna si registra un minore tasso di tentativi di suicidi ed evasioni.

E le revoche, disposte quando il detenuto non osservi o violi apertamente le prescrizioni, non superano il 4 per cento. Segno che, quanto più il condannato o l’imputato è seguito attentamente e da vicino dal centro di servizio sociale, tanto più alta è la probabilità che la misura alternativa alla detenzione sortisca gli effetti sperati. «È indispensabile creare una rete sul territorio più solida che consenta agli utenti di trovare altre opportunità di sussistenza e appartenenza – si legge nella relazione del garante dei detenuti – I dati sul personale, sulle azioni e sui progetti realizzati devono essere messi al centro di tavoli di discussione della politica affinché le scelte di quest’ultima siano congrue e rispondenti alle esigenze della realtà carceraria».