Da uno a tre mesi per una visita specialistica in ortopedia, oculistica, psichiatria o cardiologia. Fino a sei mesi l’attesa per una tac o una risonanza magnetica. Anche un anno per un ricovero in ospedale. Chi è recluso in un carcere campano può andare incontro a questi tempi d’attesa per veder tutelata la propria salute. Sono tempi sui quali incidono fattori che nulla sembrano avere a che fare con valutazioni di tipo clinico.

Le traduzioni, per esempio. Sì, quelle incidono in maniera determinante al punto che circa il 21% delle visite specialistiche non può essere effettuato per difficoltà del nucleo traduzioni. Sì, proprio così. Emerge dal report annuale del garante regionale dei detenuti. Le visite saltano perché non ci sono mezzi adeguati per il trasporto di detenuti con particolari problemi di salute o perché nell’uso dei pochi mezzi a disposizione bisogna dare la priorità a motivi di giustizia. E così «si elude il principio di equivalenza delle prestazioni sanitarie citato in numerosi documenti e dichiarazioni nazionali e internazionali sui diritti delle persone detenute», si legge nella relazione annuale del garante Samuele Ciambriello in cui è riportato il bilancio di un anno di interventi.

Colpisce che su 7.727 visite specialistiche richieste per detenuti delle varie carceri campane nel 2019, soltanto 6.132 sono state effettuate. Negli altri 1.595 casi le visite specialistiche non sono state garantite a casa di difficoltà del nucleo traduzioni. In questi numeri, però, ci sono persone, storie, vite, drammi, ci sono sofferenze per dolori e malattie, ci sono ansie e paure. A Poggioreale, il più grande carcere non solo della regione ma di tutt’Italia, in un anno sono state garantite 1.500 visite specialistiche e rimandate per criticità organizzative 180.

È andata peggio nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, di recente al centro di tensioni, rivolte e un’inchiesta per presunti pestaggi nelle celle, dove solo cinque detenuti hanno potuto sottoporsi a visite mediche specialistiche nel 2019, mentre sono stati 780 quelli che hanno dovuto rinunciarvi per difficoltà del nucleo tradizioni. È il dato che emerge dalla relazione annuale del garante, un dato su cui occorrerebbe fare delle riflessioni per ripensare al sistema nel suo complesso. Ci sono criticità anche quando si parla di ricoveri di detenuti. In Campania le aziende ospedaliere di riferimento sono nove per un totale di 31 posti letto.

Nel 2019 i ricoveri sono stati in totale 312 con tempi di attesa anche fino ad un anno. E anche in questo caso hanno pesato le difficoltà di organizzare trasferimenti dalle celle alle corsie protette degli ospedali e di avere a disposizione uomini e mezzi per gestire le traduzioni con tempismo. «Il carcere non è in grado di curare e da quando la sanità è regionale non è neanche in grado di far curare al di fuori delle sue mura», commenta Luigi Compagna (nella foto in basso a sinistra, ndr), già senatore, docente universitario di Storia delle dottrine filosofiche e consigliere della Svimez, l’associazione per lo sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno.

Nel corso della sua esperienza politica si è interessato del problema delle carceri e ha svolto diverse visite ispettive in istituti di pena, soprattutto in Campania. «Il vero nodo sono le uscite dal carcere», spiega. «Organizzare trasferimenti di detenuti o ricoveri ospedalieri è un’impresa difficile per i direttori penitenziari. Per come è fatta la vita nel carcere poi, c’è bisogno di specializzazioni continue. Non è che il carcere può essere anche sede di servizi sanitari specialistici, certo ci sono medici per questioni di pronto intervento ma chi ha un quadro clinico complicato ha bisogno di ricoveri ospedalieri che non è facile garantire. Abbattere le mura del carcere è sempre più difficile – aggiunge Compagna – il che si rispecchia anche in un altro aspetto della vita carceraria, il lavoro, che è sempre di meno anche negli istituti di pena». Lavoro e sanità, quindi, i settori dolenti. Perché? «L’ordinamento regionale è fallito completamente».