Ma il vero regno del giudicare sono i social col loro sistema dei like, o del pollice verso; chi si avventura in quella foresta di rapporti interpersonali sa che ogni affermazione, o postura, o immagine, verrà immediatamente giudicata nel modo più elementare e drastico (mi piace/non mi piace), e che da quei giudizi dipenderanno popolarità e consenso.  Su Instagram avere molti like diventa davvero un mestiere, perché è in base ai follower e ai like che le aziende decidono di affidare le loro campagne promozionali a questo o a quell’influencer; dunque non solo il conto in banca ma anche l’autorevolezza di un influencer dipendono dalla sua capacità di intercettare l’interesse del maggior numero di persone.  Un influencer, al contrario di un opinionista, non è necessariamente un vip ma lo diventa a forza di interpretare il sentire comune: io sono uno di voi, ho le vostre stesse debolezze, anche tu puoi diventare come me. I frequentatori dei social hanno continuamente paura di esser giudicati, ma quelli più tosti e pieni di personalità si ribellano e reagiscono con un “non m’importa un c… se mi giudicate”; insensibilmente, stufo di sottoporsi a giudizi immotivati e privi di autorevolezza, il personaggio forte diventa ostinato (“io faccio quello che voglio e a voi non vi sento nemmeno, fatevi una vita”).

Varrebbe la pena di riflettere sulle analogie tra ciò che accade nel costume e le sue ricadute sulla pratica politica: dal televoto al voto il passo non è poi così lungo. Il sottotitolo di Tagadà, il talk pomeridiano di La7, è “tutto quanto fa politica” – ovvio ricalco dell’antico Odeon, tutto quanto fa spettacolo.  La spettacolarizzazione della politica, che è un dato ormai acquisito, agisce sul rapporto tra politica e giudici: i politici devono guadagnarsi i like e i giudici, nel senso più serio e giudiziario del termine, devono stare attenti a non entrare da protagonisti in quella vera e propria sindrome sociale che è il “giudicare diffuso”.  Le masse sono volubili, il loro giudizio è spesso imponderabile; i sondaggisti si spremono le meningi per tentare di capire se una presa in giro sui social favorisca un candidato o lo danneggi, se l’essere molto odiati (e presi di mira dai giudici) valga come pubblicità, quali argomenti siano moltiplicatori di fanatismo e quali invece siano tabù che portano al precipizio. Più i giudizi (e i giudici) diventano invasivi, meno gli si riconosce autorevolezza; più un giudice fa clamore e spettacolo, meno è credibile.
Un Paese ossessionato dal giudizio diventa un Paese ostinato, sempre meno disposto a confrontarsi in maniera ragionevole.