Il dibattito davanti al Plenum del Consiglio superiore della Magistratura per la nomina del Procuratore nazionale antimafia a seguito del pensionamento di Federico Cafiero de Raho, al di là della designazione a maggioranza assoluta, in sede di prima votazione, di Giovanni Melillo, procuratore della Repubblica a Napoli, preferito ai due competitors, Nicola Gratteri, procuratore della Repubblica a Catanzaro, e Giovanni Russo, procuratore aggiunto alla Direzione nazionale antimafia, presenta notevoli profili d’interesse.

Non potendo, tuttavia, almeno in questa sede, raccogliere ciascuna delle molteplici sollecitazioni, è giocoforza concentrare il fuoco dell’attenzione soltanto sulla suggestione, affatto ideologica, indotta dai sostenitori del procuratore di Catanzaro, segnatamente i Consiglieri Antonino Di Matteo e Sebastiano Ardita. A suggerire tale scelta, certamente selettiva, è la titolazione nel richiamo, sulla prima pagina de Il Fatto quotidiano del 5 maggio 2022, dell’articolo di Antonella Mascali: «Casta politico-togata contro Gratteri: Melillo capo alla Dna», sotto il molto significativo occhiello: «ora il pm è più a rischio», dove il «pm» in questione è, neanche a dirlo, Nicola Gratteri. Non meno rilevante, del resto, la chiusura dell’articolo, a pagina 14 del quotidiano in questione, che veicola una suggestiva premonizione: «Con la nomina di Melillo si apre la corsa alla sua successione a Napoli. Magari con Gratteri ancora in corsa».

Le performances oratorie ad promovendum Gratterium dei due citati Consiglieri, tra loro sostanzialmente sovrapponibili, puntano alla cattura psichica dell’Assemblea chiamata alla designazione, già frastornata dal roboante profluvio di aggettivi investiti nell’esaltazione dell’opus del Campione, di cui è disseminata l’orazione pro Gratterio del professor Fulvio Gigliotti da Catanzaro; la dýnamis somiglia a un incantesimo; logica e deontologia vi contano poco: speculando su exempla, fama, rumores la questione, a tutto voler concedere, si presta comunque a ogni arbitraria manipolazione, essendo chiaro che uscirebbe squalificato professionalmente «si quid in mala causa destitutum atque impropugnatum relinquit»; conta solo l’effetto persuasivo: «rhetori concessum est sententiis uti falsis, audacibus, versutis, subdolis, captiosis», purché suonino verosimili e vadano a segno, «et possint ad movendos hominum animos qualicumque astu inrepere».

L’intervento di Antonino Di Matteo, inizialmente, almeno formalmente, non scade nel vaniloquio ciarlatanesco: espressa la «convinzione che la visione del legislatore del 1991», quando la Direzione nazionale antimafia venne istituita sia stata «in parte tradita», avendo, «solo in alcune fasi della sua trentennale esistenza assicurato il servizio per il quale era stata concepita la funzione di motore nevralgico della lotta alla mafia», e, in altri frangenti, corso il «rischio di trasformarsi in una sorta di ufficio di rappresentanza al più chiamato a regolare potenziali conflitti tra procure diverse […] anche per la rinuncia di fatto all’esercizio del suo potere d’impulso privo di quella autorevolezza interna ed esterna alla magistratura che lo dovrebbero caratterizzare», prima sottolinea il dovere del Consiglio superiore di operare «una scelta di politica giudiziaria alta e quindi non condizionata da giochi di potere di alcun tipo o peggio che mai da calcoli opportunistici»; quindi invita l’Assemblea «a invertire questa deriva», scegliendo «il candidato in possesso della più spiccata attitudine a ridare ruolo centrale alla Direzione nazionale antimafia,», così da «proiettarla nella dimensione […] di cuore pulsante dell’attività di contrasto giudiziario alle mafie e al terrorismo»; esprime, finalmente, la convinzione «della maggiore e più spiccata idoneità allo scopo di Nicola Gratteri, non perché sia tecnicamente più bravo, più preparato dagli altri ottimi candidati, ma perché […] il più idoneo a ridare slancio all’attività della Direzione nazionale antimafia, […] innanzitutto per la sua esperienza in prima linea […]; per la sua personalità; per la credibilità acquisita all’interno e all’esterno della magistratura […]; per la sua […] indipendenza piena dal potere politico; per la sua estraneità alle patologie, purtroppo, consolidate, del sistema correntizio; per la sua passione e per il coraggio che ha avuto anche nel sovraesporsi al serio rischio per la sua incolumità».

Argomenti, all’apparenza, sottolineo, almeno all’apparenza, impeccabili, ma comunque inerti sull’Assemblea e, specialmente, rispetto a entrambi i due competitors. Impensabile, comunque, pena l’effetto boomerang, ricorrere al discorso «diabolico», ossia denigratorio sugli antagonisti. Di qui, allora, la necessità d’inoculare nel ragionamento un elemento affascinante: «Il dottore Gratteri […], nel distretto di Catanzaro sta affrontando una situazione che è assolutamente analoga a quella che nei primi anni Ottanta affrontò il primo pool antimafia di Palermo, ecco perché col processo “Rinascita Scott” si arriva a […] numeri così alti di ordinanze di custodia cautelare e di imputati: la situazione (odierna) della Calabria è, da un punto di vista criminale, paragonabile a quella della Sicilia dei primi anni Ottanta». Incredibile si possa semplicemente azzardare una simile equazione-equiparazione, destituita di ogni benché minimo fondamento, non già da un oscuro quisque de populo approdato, dio sa come, al sottoscala del giornalismo, ma da chi ha sostenuto l’accusa nel processo palermitano relativo alla cosiddetta «Trattativa Stato-Mafia», e solo per questo dovrebbe sapere cosa accadeva nella Sicilia degli anni a cavaliere del 1980, e cosa abbia rappresentato il maxi-processo istruito da Giovanni Falcone, nei confronti del Gotha e dei gregari di Cosa nostra a partire dalla prima metà degli anni Ottanta.

Esaurite le considerazioni asseritamente attinenti alle «valutazioni di merito», senza peraltro spendere una parola, e analogo discorso vale sia per il Consigliere Sebastiano Ardita come pure per il professor Fulvio Gigliotti da Catanzaro, sui risultati utili ai quali solitamente approdano le «grosse» operazioni del dottor Gratteri, terreno particolarmente infido, perché è su di esso che si misura la differenza tra ciò che è semplicemente «grosso» e ciò che invece è «grande», il Consigliere Antonino Di Matteo, «ad permovendos hominum animos» tenta l’ultimo movimento strisciante evocato dal verbo «inrepere», allevare, insomma, angosce nell’uditorio: il dottor Gratteri, asserisce, «è uno dei magistrati più esposti, a rischio per la propria vita […], la criminalità organizzata ne percepisce l’azione come un ostacolo e un pericolo concreto e immanente, in questa situazione temo che una scelta eventualmente diversa (dalla sua designazione, n.d.r.) suonerebbe come una sorta di bocciatura del (suo) operato […], non verrebbe compressa dall’ opinione pubblica ancora attenta e sensibile davvero alla lotta alla mafia e, agli occhi dei mafiosi e del più ampio contesto criminale in cui si collocano, risulterebbe come una ennesima presa di distanza istituzionale pericolosamente foriera di ulteriori rischi (per) un magistrato così esposto».

Una sorta di ricatto morale: «Credo che noi, oggi, dobbiamo anche avvertire la responsabilità di non cadere in quegli errori che hanno troppe volte tragicamente marchiato le scelte del Consiglio superiore in tema di lotta alla mafia e in certi casi hanno creato quelle condizioni di isolamento e delegittimazione istituzionale che hanno costituito il terreno più fertile per omicidi eccellenti e stragi. Sarebbe veramente oggi un segnale di cambiamento rispetto a quelle fasi che hanno caratterizzato il Consiglio superiore della magistratura riconoscere la prevalenza (rispetto ai competitors, n.d.r.) e l’idoneità piena del dottor Gratteri a ricoprire l’incarico di procuratore nazionale antimafia». Peccato che tanto impeccabili argomenti non abbiano convinto la maggioranza assoluta dell’Assemblea, tetragona attorno alla candidatura di Giovanni Melillo.

Occorreva qualcosa di più, magari che fosse filtrata con maggiore tempestività, la notizia delle «’ndrine pronte a far saltare in aria Gratteri», raccolta, stando a «Il Fatto quotidiano» del 6 maggio 2022, che richiama una non meglio precisata «comunicazione secretata» trasmessa ai Servizi segreti italiani) da non meglio precisati «servizi di sicurezza di un Paese straniero […] probabilmente grazie a un’intercettazione (riguardante) soggetti collegati ad alcune famiglie mafiose infastidite da determinate indagini […] che minano gli affari della ’ndrangheta non solo in Calabria, ma anche in Sudamerica e negli Stati Uniti». Del resto, se Peithò, diavolessa-dea, non vi avesse inoculato «mèligma kai thelkèrion», neppure gli sforzi dialettici di Atena avrebbero disarmato le Moire (Eschilo, Eumenidi, vv. 805 ss) e, alla fine, non avrebbe prevalso Zeus agoràios, dio della parola (Agamennone, vv.785 ss.).

Giusfilosofo e magistrato in pensione