La ‘guerra’ tra Giuseppe Conte e Luigi Di Maio continua, anche se l’ormai ex ministro degli Esteri è fuori dalla politica ‘attiva’ dopo il fallimento del suo movimento politico Impegno Civico.

Il leader dei 5 Stelle, nell’ambito della riorganizzazione del Movimento, pretende dai 61 parlamentari che seguirono Di Maio nella scissione che precedette la caduta del governo di Mario Draghi 1,8 milioni di euro.

Soldi che gli eletti nel 2018 tra le fila pentastellati dovevano versare al ‘partito’ in base al regolamento di allora, che prevedeva la restituzione di 30mila euro, dei circa 45mila totali, che ogni eletto percepisce al termine di ogni legislatura.

Una sorta di Tfr, che viene definito anche “assegno di solidarietà” o trattamento di fine mandato. Richiesta che rischia di vedere Conte e i suoi ex parlamentari finire in tribunale, compreso quel Luigi Di Maio ancora in corsa per l’incarico di inviato dell’Ue nel Golfo persico.

Gli scissionisti infatti non avrebbero alcuna intenzione di dare al Movimento quei soldi: “Il M5S a cui aderimmo nel 2018 non esiste più. Quello di oggi è il partito di Conte, un soggetto totalmente diverso e giuridicamente distinto da quello attuale: quindi perché dovremmo restituire a Conte questi soldi?”, dice l’ex vicecapogruppo al Senato Vincenzo Presutto al Corriere della Sera.

Secondo Presutto, se il Movimento di Conte dovesse procedere con dei decreti ingiuntivi nei loro confronti, “sarà l’occasione per fare chiarezza su tutto e tutti. C’è stata una gestione opaca e, visti i procedimenti giudiziari in corso, Conte resta potenzialmente un leader abusivo”, è l’affondo del fedelissimo di Di Maio.

Sullo sfondo ci sono le altre modifiche di tipo economico ai regolamenti interni del Movimento, visto che i conti del partito sono in difficoltà dopo il crollo delle scorse elezioni del 25 settembre. La ‘macchina’ 5 Stelle costa perché adeguata ai risultati del 2018, quando vennero eletti 330 parlamentari e si ottennero così circa 16 milioni annui come rimborsi ai gruppi. Numeri che oggi sono un miraggio, visti gli 80 parlamentari eletti e i costi ancora alti di gestione, dalla sede di via di Campo Marzio a Roma alla consulenza per Beppe Grillo.

Da qui la scelta di una ‘rivalsa’ sugli ex 5 Stelle: per gli scissionisti infatti non sono previsti gli “sconti” promessi a chi, non rieletto, non ha abbandonato la ‘casa politica’. Quest’ultimi infatti dovranno restituire solo il 20% del trattamento di fine mandato.

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Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia