«Küng ha esasperato alcuni suoi interventi, ma l’intento profondo era costruttivo». E c’è da credergli, se lo dice monsignor Bruno Forte, arcivescovo di Campobasso, teologo molto noto. Del teologo svizzero, morto due giorni fa a 93 anni (1928-2021), rimosso dall’insegnamento nel lontano 1979 per le sue tesi critiche verso l’infallibilità papale, mons. Forte racconta un particolare. «Ricordo una targhetta che aveva posto dietro alla scrivania a Tubinga. Vi era scritto in tedesco: “Lei vorrebbe essere Papa? Risposta di Küng: No perché altrimenti non sarei più infallibile”. Questo fa capire anche che la sua contestazione era soprattutto verso un modo di interpretare staticamente l’infallibilità del Papa». Infatti Küng proponeva di sostituire “infallibilità” con “indefettibilità”, cioè l’idea che definisce la Chiesa un’istituzione destinata a durare, sempre identica a se stessa nelle sue caratteristiche specifiche (ad es. la gerarchia) pur attraverso uno sviluppo storico.

Un altro teologo, mons. Giuseppe Lorizio, pur apprezzando il “pungolo” rappresentato da molte posizioni di Hans Küng, nota che «se il suo pensiero ci ha aiutato a non considerare l’infallibilità come applicabile a qualsiasi pronunciamento del Papa e a individuare le stringenti condizioni che rendono una posizione infallibile, ossia al riparo dall’errore, fermo restando che anche i dogmi, come del resto le Scritture, vanno interpretati, la verve demolitrice ha di fatto rischiato di gettar via il bambino con l’ acqua sporca». In ogni caso la revoca del mandato di teologo cattolico e l’insegnamento della teologia dogmatica, ha rappresentato un vero punto di svolta, come dice lo stesso Küng nella parte finale della autobiografia Una battaglia lunga una vita (Rizzoli, 2015). Da quell’estromissione venne l’incarico a proseguire i corsi universitari da parte del Senato accademico di Tubinga, virando decisamente verso l’ecumenismo e il dialogo interreligioso, portandolo a istituire la fondazione sull’etica globale (Weltethos – 1993), sempre all’interno dell’Università di Tubinga, il cui ruolo positivo e propulsivo venne riconosciuto da papa Benedetto XVI, nel comunicato che accompagnò l’incontro con l’antico collega nel settembre del 2005.

Il percorso teoretico di Küng si è compiuto nel passaggio dalla teologia all’antropologia e all’etica, nel tentativo di impostare i principi morali per un’umanità che possa andare avanti con sapienza nel mondo, fra i quali la custodia dell’ambiente e dell’autenticamente umano, in dialogo con le scienze empiriche, in una critica radicale allo scientismo dominante e al totalitarismo mascherato da scienza. Infine, nota ancora Lorizio, era importante nella ricerca di Küng «il dialogo fra le religioni e in particolare fra i monoteismi, con un’attenzione all’Islam, carica di ottimismo circa la possibilità per questa fede di modernizzarsi e quindi purificarsi e così allontanare le incombenti tentazioni fondamentaliste e violente. La riflessione è diventata appello agli intellettuali di fede islamica, perché facciano propria la sfida dell’interpretazione nel rapporto con il libro e con la tradizione, che sono chiamati a rappresentare in modo critico e non fideistico».

Si tratta di un pensiero e di un percorso assai complesso. Lo stesso Küng nella citata autobiografia, lo ha sintetizzato così: «Per me la vox temporis è stata la vox Dei, ossi la voce del tempo è stata la voce di Dio. Dalla storia, dagli eventi e dalle loro sfide è nato così, senza costrizioni né premeditazioni, un ordine sistematico delle mie opere scientifiche. Negli anni Cinquanta, quelle sull’esistenza cristiana. Negli anni Sessanta, quelle sulla Chiesa, sul Concilio, sulla riunificazione, sull’infallibilità. Negli anni Settanta, quelle sulle questioni fondamentali del cristianesimo: l’essere cristiani, l’esistenza di Dio, la vita eterna. Negli anni Ottanta, quelle sul dialogo tra le religioni mondiali e la letteratura mondiale. Negli anni Novanta, quelle sul Progetto per un’etica mondiale, sulla politica e sull’economia mondiali. Negli anni Duemila, sintesi (Credo, Ciò che credo) e volumi storico-sistematici sul cristianesimo, sull’ebraismo e sull’islamismo, nonché due volumi di memorie autobiografiche».

Non era certamente una personalità facile, come sa chi lo ha conosciuto di persona e come si legge senza infingimenti nella sua autobiografia: sapeva di padroneggiare la teologia e le scienze umane con grande capacità; era refrattario verso le critiche ingiuste e soprattutto ingiustificate, quando si fa apposta a travisare il pensiero per screditare (tipico in molti ambienti cattolici); poi dalla origine svizzera e dalla sua famiglia aveva ereditato il senso del valore forte della libertà di pensiero e di espressione. Era inaccettabile venire imbrigliato da un dogmatismo cattolico di altri tempi, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, al quale aveva partecipato da perito teologo. L’esercizio critico della ragione lo ha esercitato anche sui temi controversi della libertà di scelta, del fine-vita, della morale in campo matrimoniale. Ma sempre in dialogo con il Magistero. Dialogo critico ma dialogo, tanto che dall’ambito del cattolicesimo non è mai uscito. Una sorta di testamento morale si trova in alcuni passaggi finali della sua autobiografia quando elencava le “parole per un cambiamento”.

Eccole: «Parola d’ordine 1: non tacere! Ognuno nella Chiesa, ministro o no, uomo o donna, ha il diritto e spesso il dovere di dire cosa pensa della Chiesa e della sua direzione, e cosa considera necessario fare, dunque apportare proposte per il miglioramento. (…) Parola d’ordine 2: Agire in prima persona! Non solo lamentarsi e inveire contro Roma e i vescovi, ma diventare attivi in prima persona. Abbiamo fiducia nel potere dell’azione! (…) Parola d’ordine 3: Camminare insieme! L’individuo deve, ove possibile, procedere col sostegno degli altri: degli amici, del Consiglio parrocchiale, dei sacerdoti o pastorale e delle associazioni cattoliche laiche o anche di liberi raggruppamenti di laici, dei movimenti riformisti, dei gruppi sacerdotali e di solidarietà. Abbiate fiducia nel potere della comunità! (…) Parola d’ordine 4: Perseguire soluzioni provvisorie! Le discussioni da sole non sono di aiuto. Spesso occorre mostrare di far sul serio. Una pressione sulle autorità ecclesiastiche nello spirito della fraternità cristiana può essere legittima là dove i titolari di un ministero non sono all’altezza del loro compito. Chi non vuole ascoltare deve sentire. Abbiate fiducia nel potere della resistenza! La lingua nazionale nell’intera liturgia cattolica, il cambiamento delle norme relative ai matrimoni misti, l’affermazione della tolleranza, della democrazia, dei diritti umani e tante altre cose sono state raggiunte nella storia della Chiesa soltanto in virtù di una costante e leale pressione dal basso. (…) Parola d’ordine 5: Non abbandonare! Nel rinnovamento della Chiesa la tentazione più grave o, spesso, anche un comodo alibi è rappresentato dall’idea che tutto sia privo di senso, che non si debba insistere, ma sia meglio andarsene: emigrazione all’esterno o all’interno. Ma proprio nell’attuale fase di restaurazione e stagnazione intraecclesiastica è necessario perseverare tranquillamente in una fede fiduciosa e trattenere a lungo il respiro. (…) Auguro a tutti voi di cuore: non lasciatevi scoraggiare dalle delusioni. Continuate a combattere accanitamente, coraggiosamente e con perseveranza in una fede fiduciosa e mantenete di fronte a ogni indolenza, stoltezza e rassegnazione la speranza in una Chiesa che di nuovo vive e agisce di più sul Vangelo di Gesù Cristo. E in ogni ira, alterco e protesta non dimenticate l’amore!».

Pensatore complesso e articolato e per questo spicca l’insulsaggine dei commenti negativi scatenatisi in due giorni su “twitter” da parte di coloro che ne ricordano “l’eresia”, solo perché estromesso dall’insegnamento della teologia. Poi della sua evoluzione intellettuale, tacciono, probabilmente perché non hanno mai letto niente di Küng. Eppure potrebbero perché i suoi 31 libri sono disponibili in molte lingue, ed aveva una straordinaria capacità divulgativa, rendendo accessibili le tematiche più complesse. Ma i “leoni da tastiera” che si presentano cattolici iper-ortodossi non vanno al di là del massimalismo, definendolo un “miserabile teologo anticattolico”. Oppure come quel profilo (forse finto) che sempre su “twitter” ad un commento positivo che ricorda la fecondità delle tesi del teologo svizzero per la Chiesa cattolica, per le Chiese, per la società e per il mondo della cultura, risponde: «Le chiese? No, c’è solo un’unica chiesa». Cancellando così con un colpo di penna duemila anni di complessa storia religiosa europea ed universale. Proprio “tweet” così insulsi servono a ribadire le parole d’ordine di Küng a cui aggiungerne una sesta: non smettere di diffondere la cultura, anche la cultura teologica di alto livello. Ce ne è più che mai bisogno, come dimostra lo scambio di biglietti tra Küng e papa Francesco, di cui riconosceva l’innovativo ruolo nella Chiesa di oggi.