Un Concilio, finalmente, per tutti i cristiani. Parola di Paolo Ricca, 85 anni, pastore valdese, figura di grande spicco e spessore nel panorama religioso italiano e non solo. Su Jesus, il mensile delle Edizioni San Paolo, in una lunga intervista, avanza una proposta (per la verità sta tutta nel titolo, il testo è più sfumato… e fumoso).

Ecco il passaggio centrale: serve una “unità conciliare dell’unica Chiesa cristiana, come nella Chiesa cristiana antica. Il Concilio è stata la prima e fondamentale forma dell’unità cristiana, fin dal cosiddetto Concilio di Gerusalemme, del libro degli Atti, capitolo 15. Le Chiese ortodosse, giustamente, identificano la storia dell’unità cristiana con la storia dei Concili veramente ecumenici, nei quali cioè tutta la Chiesa era rappresentata. Così dovrà essere nel futuro, anche se sono tante le difficoltà per realizzare oggi un Concilio veramente ecumenico. Probabilmente bisognerà partire dalle Chiese locali e da lì, lentamente e pazientemente, costruire o ricostruire una coscienza conciliare della Chiesa andata smarrita nei secoli passati”. E poi una digressione lunga, anche se interessante, tipicamente valdese, sui passi avanti e i passi indietro di papa Francesco, che da un lato dialoga – ad esempio con i luterani – e dall’altro eredita una struttura gerarchica e centralizzata con cui tiene a freno le spinte centrifughe e la complessità del mondo cattolico. Cosa c’è di nuovo? Proprio niente. Se non fosse che l’intervista, pure nella fumosità dei contenuti attorno all’idea di “Concilio”, mette il dito su una piaga reale, aperta, e di cui forse pochi hanno consapevolezza nel mondo cattolico e in quello cristiano.

La piaga è la seguente: con il Coronavirus il mondo è cambiato in profondità. Vivere, lavorare, riflettere, non sarà più come prima. L’economia, la politica, le società, la cultura, sono state toccate dalla pandemia e cambiate profondamente. Le disparità emerse alla luce del sole. Il “nazionalismo vaccinale” è la spia di una politica economica, sanitaria, e politicante, che si illude di creare oasi in cui qualcuno si possa salvare a scapito degli altri. Ma non siamo più al tempo del Decamerone, dei muri, delle città che chiudono le porte per difendersi da virus, briganti, pestilenze, guerre. La globalizzazione è un fatto, non si torna indietro. Il mondo è il mondo, non si divide e anche l’idea di nazione non regge di fronte alla pervasività della finanza e men che meno di fronte alla pervasività di un virus. O tutti o nessuno, insomma. Papa Francesco ha espresso questa sfida con l’enciclica Fratelli tutti che sintetizza le idee di fondo di un pontificato che ha decisamente virato verso l’idea di “Bioetica Globale”.

La difesa della vita non è questione ideologica da schieramenti pro o contro qualcosa (eutanasia, aborto et similia) ma va promossa e difesa come qualità della vita, possibilità di sviluppo sociale, culturale, economico per tutti, dentro una cornice di rispetto dell’ambiente e di sostenibilità perché il pianeta che abbiamo lo dobbiamo conservare per dare un futuro alle prossime generazioni. E finalmente cessino guerre, distruzioni, terrorismi, omicidi legalizzati, forme di sfruttamento. Pare poco? È un programma di rinnovamento epocale. L’emergenza pandemica, il cambiamento globale che ha innescato, insieme al cambiamento climatico, dovrebbero imporre un solo programma al mondo cristiano: unirsi. Del resto rimanere divisi tra cattolici e chiese cristiane (a loro volta diverse tra loro) è in aperta, palese, acclarata violazione di quel Vangelo che tutti dicono di voler seguire e del dettato di San Paolo. Ai Corinzi (1 Cor. 1,10-17) Paolo di Tarso contestava le divisioni già esistenti tra partiti diversi legati all’uno o all’altro leader dell’epoca. Oggi è diventato veramente intollerabile, di fronte alla vastità dei problemi, vedere i capi religiosi (per non parlare dei politici) cincischiare con le loro beghe interne invece di concentrarsi sulle sfide davvero epocali e sul modo per uscirne tutti insieme.

Quindi si faccia pure un Concilio, come adombra Paolo Ricca, per dire finalmente che le chiese cristiane, cattolica compresa, si uniscono insieme, si fondono, come era nel Primo Millennio e fino al Quindicesimo secolo. Ma ce li immaginiamo cattolici, luterani, valdo-metodisti, anglicani e via dicendo – gli “evangelical” Usa, per esempio – entrare tutti in una famiglia unica? Insieme con il mondo ortodosso dei vari Patriarcati? E quante “poltrone” verranno abolite in un colpo solo? Quanti posti di potere saranno improvvidamente vacanti? Quanti “generali” si ritroveranno di punto in bianco senza esercito? Sarebbe bellissimo, un’utopia degna di un romanzo di fantapolitica religiosa! Altro che Concilio, sarebbe il segnale di una rivoluzione conciliare planetaria.

La cartina al tornasole delle idee impossibili di questo tipo è la vicenda della comunità ecumenica di Bose. Ecumenica, appunto, che però si rivolge al Papa perché i suoi membri non sanno più come fare ad andare d’accordo e non resta altro rimedio che andare dal Santo Padre. E già qui, come ho scritto diverse volte, la “cosa” scricchiola.
Ma ora Enzo Bianchi se ne va da Bose (e i maligni discettano sui costi dell’appartamento dove abiterà…), dopo un anno circa di tira e molla; ed è dovuto intervenire un teologo di chiara fama come Giannino Piana per sottolineare l’ingiustizia del trattamento riservatogli, assai poco misericordioso per una Chiesa che alla misericordia si appella sempre (un po’ come se il famoso figliol prodigo fosse stato preso a schiaffi dal padre e cacciato in malo modo…!!!) e con tutta l’opacità di una vicenda poco spiegata e poco chiara nonostante i molti comunicati stampa anche loro assai fumosi.

Poi negli ultimi giorni è venuto fuori anche il colpo di coda dello Statuto cambiato. Pare che dopo le dimissioni di Bianchi nel 2017, per la paura di perdere finanziamenti, qualcuno abbia aggiunto una noterella nello Statuto – nella versione da presentare ai bandi di finanziamento – per dire che Bianchi resta come garante. Quindi denaro assicurato. Peccato che la noterella sia assente nello Statuto ufficiale, depositato in tribunale. Miserie umane, ovviamente; trivialità economiche e tutto umano, molto umano. Che c’azzecca con il Concilio e con l’ecumenismo? C’azzecca nel senso che è davvero necessaria una drastica rivoluzione nel modo di pensare. Il Concilio cristiano universale dovrebbe farla finita con le divisioni e dire che tutti i cristiani si riuniscono una volta per tutte come era nel Primo Millennio. Un guardare indietro, a quando la vita ecclesiale era più “sana”, per ripartire in avanti. E ripartire abolendo le rendite delle posizioni di potere, con un Papa in quanto Vescovo di Roma che conserva una forma di primato tutta da ridefinire e da tutti accettata, con una prassi sinodale stringente, efficace, reale, capace di risolvere le questioni aperte.

E soprattutto inaugurare l’era della trasparenza, dove i segreti vengono aboliti (tipo Bose, dove non si sa quale sia il reale problema) e si decreta la fine perpetua e assoluta della religione usata come potere, come una bomba da sganciare sul dissidente di turno per escluderlo, tipo fuori dalla porta o dietro la lavagna. Va bene, forse, per bambini troppo irrequieti ma non per persone largamente adulte. Una rivoluzione insomma. Per il momento limitiamoci a sognarla, visto che il sognatore ancora non è perseguibile penalmente dal diritto civile o ecclesaistico. Ma sarebbe ora di cominciare a crederci e passare dal sogno alla costruzione della realtà.

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).