Pubblichiamo i passaggi centrali della Lectio Magistralis pronunciata il 12 marzo a Livorno da mons. Vincenzo Paglia, Presidente della Pontificia Accademia per la Vita, durante la giornata di dibattito e riflessione organizzata dall’Accademia navale di Livorno, la Marina Militare e Limes sul rapporto tra l’Italia e il mare.

Il Mediterraneo pur essendo uno dei mari più piccoli del pianeta, ne è uno dei “mondi vitali”: crocevia di ricchezze e di contraddizioni ai diversi livelli, culturale, politico, economico, sociale e religioso. Ci sono ricchezze da individuare e sollecitare nello sviluppo, come anche contraddizioni da risolvere e rimuovere. Il Mediterraneo è una sfida che va raccolta: può beneficare o danneggiare anche il nuovo ordine mondiale. Insomma, se non diventa il “mare nostrum” facilmente diventa il “mare monstrum” come abbiamo purtroppo visto con le migliaia e migliaia di persone morte che cercavano una salvezza. Davvero una mostruosità di cui poco ci vergogniamo.

Vorrei fermare la mia riflessione sulle tre religioni legate al Mediterraneo: ebraismo, cristianesimo e islam. Con una notazione. Se è vero che le grandi ideologie politiche del XX secolo (dal liberalismo al socialismo, dal marxismo alla democrazia d’ispirazione cristiana…) hanno un’impronta occidentale, è anche vero che dall’Occidente non è venuta nessuna grande religione. Il Mediterraneo ha visto nascere e crescere le tre grandi religioni monoteiste che hanno condizionato e continuano a condizionare l’Occidente e non solo. Esse sono state – e sono ancora – motivo di coesione oltre che di divisione. Fanno certamente pensare i lunghi secoli di coabitazione tra cristiani e musulmani, come mostra la storia della Sicilia, di Malta, della Spagna; oppure la vicenda di città come Istanbul, Alessandria, Gerusalemme, Sarajevo.

Oggi il Mediterraneo è molto cambiato, e sembra sottolineare piuttosto la difficoltà della coabitazione. Il viaggio di Papa Francesco in Iraq è di caratura storica perché vuole aiutare la storia a cambiare verso. Papa Francesco, a Ur dei Caldei – la terra di Abramo – ha richiamato il ruolo che hanno avuto e devono avere le religioni “abramitiche”. Il Medio Oriente e il suo affaccio sul Mediterraneo sono davvero una “casa comune” per tutte e tre le grande famiglie religiose. «Fu proprio attraverso l’ospitalità, tratto distintivo di queste terre – ha notato il Papa – che Abramo ricevette la visita di Dio e il dono ormai insperato di un figlio (cfr Gen 18,1-10). Noi, fratelli e sorelle di diverse religioni, ci siamo trovati qui, a casa, e da qui, insieme, vogliamo impegnarci perché si realizzi il sogno di Dio: che la famiglia umana diventi ospitale e accogliente verso tutti i suoi figli; che, guardando il medesimo cielo, cammini in pace sulla stessa terra».

Oggi il Mediterraneo è cambiato, dicevo, ma la prospettiva da cui analizzare il cambiamento è quella della “casa comune”. Tralasciando le riflessioni sui secoli passati, potremmo datare negli anni tra Otto e Novecento l’inizio dell’ultimo cambiamento giunto sino ai nostri giorni. In quegli anni le nazioni entrarono prepotentemente nella scena, fissando frontiere, riorganizzando territori, rendendo più omogenee popolazioni e ristabilendo nuove barriere. E le nazioni – lo sappiamo – si costruiscono con un popolo, con una tradizione, con una religione, con una terra, con la separazione da altri popoli che magari vivevano fino a ieri negli stessi territori. Abbiamo così assistito alla ridefinizione dei Balcani (un cambiamento che non è ancora cessato) e a quella della lunga riva orientale e meridionale del Mediterraneo, con una situazione completamente nuova. È un fatto che alla fine della Prima Guerra Mondiale la coabitazione tra gente di fede diversa è stata sconvolta, soprattutto nella riva Sud del Mediterraneo.

Negli ultimi decenni del secolo scorso, a partire dal Concilio Vaticano II, la Chiesa Cattolica ha innovato profondamente la sua riflessione e il suo rapporto con le tre religioni monoteiste. Il dialogo ecumenico e interreligioso è divenuto un elemento costitutivo della missione stessa della Chiesa cattolica, e un appuntamento importante per porre alle religioni monoteiste la questione della mutua comprensione e collaborazione. Sono tre i campi ove si è attuato questo sviluppo. Il primo è quello che riguarda le Chiese ortodosse e le antiche Chiese d’Oriente (i cristiani precalcedonesi), le cui sedi ci dicono già quale sia la loro condizione di vita e quale la loro vocazione: Istanbul, Alessandria, Antiochia, Damasco, Atene. Non affronto l’attuale condizione del cammino ecumenico, ma appare urgente un salto qualitativo per affrontare un nuovo e più efficace cammino. Il secondo riguarda il ritrovato rapporto del cristianesimo con l’ebraismo. Non si deve dimenticare il peso che ha avuto nei rapporti con il cristianesimo la tragedia dell’Olocausto; e poi, sebbene siamo su un versante più schiettamente politico, non si deve dimenticare il riverbero sul piano religioso della questione palestinese e di Gerusalemme.

Tuttavia si debbono registrare passi notevoli nella comprensione e nella collaborazione reciproca. Il terzo fronte è quello del dialogo islamo-cristiano, il più complesso dei tre, considerando anche la vastità del mondo islamico. Sono state tuttavia superate barriere di incomprensione secolare. Certo, questo terzo campo è quello in cui le distanze tra Nord e Sud si accentuano maggiormente anche per le incidenze civili, culturali e legislative che l’Islam porta con sé. Basti pensare alla diversa concezione del rapporto tra religione e società che c’è tra cristianesimo e islam. Oggi, all’interno dell’Islam, stiamo assistendo a una tensione interna, quella ad esempio che divide gli sciiti dai sunniti, ma non solo, che ha portato il terrorismo sino alla edificazione di uno stato islamico che fortunatamente è stato sconfitto, ma non credo sradicato come si può vedere quel che sta accadendo in alcuni Paesi africani.

L’accettazione dell’Islam e dell’ebraismo da parte del cristianesimo come interlocutori religiosi ha portato buoni frutti ma molto cammino resta da fare: dalla metà degli anni Cinquanta agli anni Settanta – periodo di intenso dialogo interreligioso – si assiste in verità alla crisi della convivenza. Il fenomeno dell’emigrazione cristiana dai paesi arabi avviene in modo sempre più massiccio; iniziano le élites, colpite economicamente dalle nazionalizzazioni, e poi anche gli strati più umili della popolazione. Non si deve ovviamente dimenticare l’attrattiva dell’Occidente per i cristiani che trovavano sempre più difficile vivere in paesi a maggioranza musulmana. La realtà che appare alla fine degli anni Settanta è quella della crisi della coabitazione tra ebrei, cristiani e musulmani nella riva Sud del Mediterraneo.

Il problema della coabitazione non si ferma solo sulla riva Sud ed Est, si allarga anche sulla riva Nord. Già nel 1962 – sessanta anni fa! – su “Confluent” si leggeva che il problema dell’emigrazione in Europa sarebbe stato il più importante della fine secolo: «L’europeo è un industriale ricco che invecchia e che fa pochi figli; l’africano è un giovane contadino… alla testa di una famiglia bisognosa». In effetti, lo sviluppo dell’economia del Nord, il calo demografico delle popolazioni europee, la spinta migratoria dal Sud hanno fatto sì che, negli anni Ottanta, il problema della coabitazione tra cristiani e musulmani si è posto appunto sulla riva Nord, come un fatto inedito nella storia degli ultimi secoli. Questa esperienza è avvenuta all’interno di Stati laici, in cui le frontiere nazionali non coincidevano con quelle religiose. Quando la laicità sembra essere arrivata al termine del suo viaggio storico in Occidente, si è trovata di fronte all’emigrazione islamica che ha messo in forse tale concezione. Questo fatto ha suscitato non poche preoccupazioni tanto più che in tutto il Mediterraneo, e non solo, il mondo musulmano si è caratterizzato da una forte ripresa di coscienza riguardo al ruolo della religione nella società.

Certo è che in un secolo la geografia del Mediterraneo è cambiata: le minoranze si sono assottigliate nella riva musulmana, mentre sono comparse comunità islamiche sulla riva Nord. Ma è cambiata anche la geografia del mondo. È ormai solo un ricordo l’euforia dell’89. E la miscela di ansietà, preoccupazione, incertezza e diffidenza per il futuro dell’intero pianeta è stata aggravata dalla esplosione della pandemia. Il mondo è travolto da una grande tempesta: abbiamo fatto fatica ad accorgercene, facciamo fatica a non esserne travolti e ancor più a uscirne. Certo è che il futuro di ciascuno sarà legato alla capacità che avremo di costruire una civiltà della convivenza. La metafora della barca comune nella tempesta richiede che tutti remiamo nella stessa direzione. Ma non sembra che così accada. Anche perché la condizione umana è sempre più complessa e plurale. I popoli e le culture, le civiltà e le religioni sono comunque legate tra loro. Ma è difficile una convivenza virtuosa tra i popoli. Papa Francesco, con le due encicliche Laudato sì e Fratelli tutti, è sceso in campo indicando il comune cammino all’umanità: una sola casa (il pianeta) da custodire e un’unica famiglia (la famiglia dei popoli) da promuovere.

La convivenza virtuosa – sia tra i popoli, sia tra i popoli e il creato – richiede una notevole capacità di attenzione e di relazione. Certo, la globalizzazione ha spaventato la gente e facilmente ciascuno cerca di rinchiudersi nel proprio recinto pensando così di salvarsi. Vediamo persone, gruppi e popoli innalzare barriere, vicino e lontano da noi. Dopo il crollo del muro di Berlino abbiamo costruito 40.000 chilometri di muri (con i mattoni e il filo spinato). E non pochi chiedono alle religioni di proteggere la loro paura, magari con le mura della diffidenza. Sono nati così fondamentalismi di generi diversi che, come fantasmi, pullulano e inquietano. E vediamo crescere anche fondamentalismi di carattere etnico o nazionalista, che giungono sino al terrorismo.

Il fondamentalismo – di cui il sovranismo rappresenta una traduzione – è una grande semplificazione che affascina giovani disperati, gente spaesata per cui questo mondo è troppo complesso, inospitale, ma che può interessare politici spregiudicati alla ricerca di scorciatoie per il potere. E i fondamentalismi hanno il marchio dell’odio, se non della lotta al diverso religiosamente o etnicamente. Ma la sfida del futuro, anche se il terrorismo viene domato, è racchiusa nella capacità che i popoli hanno di vivere assieme pur restando diversi. Questo sta a dire che la prima e più urgente educazione da fare è quella, appunto, del convivere tra diversi.

Ecco perché il “dialogo” – o se si vuole l’incontro – appare come l’unica via per comprenderci gli uni gli altri. E le religioni sono decisive per dirigere il dialogo sul colore della fraternità. Certo, è vero che possono essere coinvolte per alimentare i conflitti, per sacralizzare i confini, per benedire le diffidenze ataviche e battezzare quelle nuove. Abbiamo visto nascere temibili fondamentalismi (che sono la malattia infantile delle religioni) per i quali la vita umana può essere sacrificata. Ma le religioni, nella loro differenza, sanno però comunicare agli uomini e alle donne la speranza che, con le armi spirituali della fede, possiamo tutti divenire migliori. Non è forse questa la grande lezione di Papa Francesco in Iraq? Sarebbero state impensabili anche solo qualche anno fa le parole con cui Papa Francesco ha descritto l’incontro con il leader spirituale sciita, Al-Sistani: «Ho sentito il dovere, in questo pellegrinaggio di fede e di penitenza, di andare a trovare un grande, un saggio, un uomo di Dio. E solo ascoltandolo si percepisce questo. Parlando di messaggi, io direi: è un messaggio per tutti, è un messaggio per tutti. E lui è una persona che ha quella saggezza… e anche la prudenza. Lui mi diceva: ‘Da dieci anni – credo, mi ha detto così – non ricevo gente che viene a visitarmi con altri scopi, politici e culturali, no, soltanto religiosi’. E lui è stato molto rispettoso, molto rispettoso nell’incontro, e io mi sono sentito onorato. Anche nel saluto: lui mai si alza, e si è alzato, per salutarmi, per due volte. È un uomo umile e saggio. A me ha fatto bene all’anima, questo incontro. È una luce. E questi saggi sono dappertutto, perché la saggezza di Dio è stata sparsa per tutto il mondo».

È davvero grande la responsabilità delle religioni, oggi. Forse, per la prima volta nella storia, le comunità religiose sono chiamate a considerare la comune responsabilità della pace tra i popoli. Certo, non nell’uniformità delle fedi, ma nella comune tensione verso la fraternità tra i popoli. E, lo ripeto, si comprende ancor più l’esemplarità della enciclica di Papa Francesco: Fratelli tutti. I credenti di tutte le fedi, se scendono nel profondo del loro credo, trovano nelle diverse religioni una scuola di convivenza e di pace. Tutte le religioni conservano almeno la regola d’oro: non fare agli altri ciò che non si vuole sia fatto a se stessi. Lo direi anche per il pensiero laico, per lo meno quello che ha voluto fondare la modernità sulla triade, fraternità, libertà e uguaglianza.

Azzarderei l’auspicio per una universale alleanza tra le religioni e gli umanesimi laici per tessere assieme in un sincero dialogo il tessuto di una globalizzazione davvero virtuosa che non lascia indietro nessuno. In questo orizzonte si riscopre l’impegno per ricordare che il destino dell’uomo va al di là dei propri beni terreni e si inquadra in un orizzonte universale. È decisivo che le diverse fedi e i diversi umanesimi diventino cultura di riconciliazione e di dialogo: aprire le menti a un modo di vedere largo, a un modo di amare senza confini, a un modo di vivere oltre i propri schemi. Insomma a percorrere la via dell’amore – che ogni religione suscita e ogni umanesimo sostiene – per suscitare una civiltà degna di questo nome.