La politica non è marketing, il buon politico non semina odio e paura, le migrazioni hanno bisogno di una governance ma soprattutto serve una nuova alleanza – che coinvolga politica, società, religioni, popoli – per riscoprirci tutti solidali e fratelli tra noi. Sono le principali parole-chiave della Fratelli tutti di papa Francesco, l’enciclica “sociale” firmata sabato ad Assisi e pubblicata domenica nella festa di San Francesco. Il testo trae il titolo dalle Ammonizioni, le 28 brevi riflessioni sul senso della vita cristiana secondo san Francesco. La sesta, in particolare, è in riferimento al titolo scelto dal Papa per l’enciclica: «Guardiamo con attenzione, fratelli tutti, il buon pastore che per salvare le sue pecore sostenne la passione della croce». Le Ammonizioni sono un documento meno noto tra quelli riconducibili a san Francesco ma non per questo meno importante nell’accentuare l’ispirazione radicale nella vita dei seguaci del Vangelo. Con una introduzione e otto capitoli, l’enciclica si pone sulla scia dei documenti più importanti del Magistero sociale della Chiesa. Anzi aspira a mostrare la centralità della tematica etica e dell’impegno di azione e di vita del cristiano alla luce del Vangelo stesso come è sintetizzato nella parabola del Samaritano che irrompe a partire dal secondo capitolo.

L’enciclica si apre insistendo sulla necessità di promuovere un’aspirazione mondiale alla fraternità e all’amicizia sociale, indicando non solo gli ideali, ma le vie concretamente percorribili per chi vuole costruire un mondo più giusto e fraterno nei rapporti quotidiani, nel sociale, nella politica, nelle istituzioni. Una necessità fortemente sentita dal Pontefice e che la pandemia da Coronavirus non ha fatto che amplificare e rendere ancora più stringente. «Una tragedia globale come la pandemia del Covid 19 – afferma il Papa proprio all’inizio – ha effettivamente suscitato per un certo tempo la consapevolezza di essere una comunità mondiale che naviga sulla stessa barca, dove il male di uno va a danno di tutti. Ci siamo ricordati che nessuno si salva da solo, che ci si può salvare unicamente insieme». «Se tutto è connesso, è difficile pensare che questo disastro mondiale non sia in rapporto con il nostro modo di porci rispetto alla realtà, pretendendo di essere padroni assoluti della propria vita e di tutto ciò che esiste», insiste il Pontefice. «Non voglio dire che si tratta di una sorta di castigo divino – aggiunge -. E neppure basterebbe affermare che il danno causato alla natura alla fine chiede il conto dei nostri soprusi. È la realtà stessa che geme e si ribella».
Da notare che “tutto è connesso” è il termine-chiave della Laudato Si’, la prima enciclica sociale di papa Francesco dedicata alla tutela dell’ambiente, la “casa comune”. Qui nella Fratelli tutti i termini di riferimento riguardano la valorizzazione delle esperienze dal basso, vero e proprio antidoto ad una azione politica, economica, sociale, ispirata alla volontà affaristica e di dominio.

I 287 paragrafi toccano una vastità di temi, dal “no” alla «tentazione di fare una cultura dei muri» per impedire l’incontro con altre culture (e «chi costruisce un muro finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti»), alle paure e alle insicurezze che diventano “terreno fertile per le mafie”. Dalle tante storture del mondo attuale, al fatto che la fede non deve far sentire «incoraggiati o almeno autorizzati a sostenere forme di nazionalismo chiuso e violento, atteggiamenti xenofobi, disprezzo e persino maltrattamenti verso coloro che sono diversi». Dall’individualismo radicale come “virus più difficile da sconfiggere”, alla necessità di “un’etica delle relazioni internazionali”, grazie alla quale la pressione del debito estero non deve “compromettere la sussistenza e la crescita” dei Paesi poveri. Dal dovere di “rispettare il diritto di ogni essere umano di trovare un luogo dove poter non solo soddisfare i suoi bisogni primari e quelli della sua famiglia, ma anche realizzarsi pienamente come persona”, alle “risposte indispensabili, soprattutto nei confronti di coloro che fuggono da gravi crisi umanitarie” (visti, patrocini, corridoi umanitari, alloggi adeguati, sicurezza personale, servizi essenziali).

Critiche vanno a quelli che il Papa chiama “dogmi di fede neoliberale”, perché “il mercato da solo non risolve tutto”, e le “stragi” provocate dalle speculazioni finanziarie lo hanno dimostrato. E nei paragrafi sulla bontà del riferimento ai “movimenti popolari” e il “no” deciso al populismo, si trovano alcuni dei passaggi di maggior rilievo. Una cosa è essere a fianco del proprio “popolo” per interpretarne il “sentire”, un’altra cosa è il “populismo”. In proposito il Papa spiega: «Ci sono leader popolari capaci di interpretare il sentire di un popolo», ma ciò «degenera in insano populismo quando si muta nell’abilità di qualcuno di attrarre consenso allo scopo di strumentalizzare politicamente la cultura del popolo, sotto qualunque segno ideologico, al servizio del proprio progetto personale e della propria permanenza al potere». Altre volte, invece, «mira ad accumulare popolarità fomentando le inclinazioni più basse ed egoistiche di alcuni settori della popolazione». Ciò si aggrava, per il Papa, «quando diventa, in forme grossolane o sottili, un assoggettamento delle istituzioni e della legalità». «I gruppi populisti chiusi deformano la parola ‘popolo’», ammonisce Francesco, «poiché in realtà ciò di cui parlano non è un vero popolo», perché la categoria di “popolo” è aperta. «Un’altra espressione degenerata di un’autorità popolare è la ricerca dell’interesse immediato», in base alla quale «si risponde a esigenze popolari allo scopo di garantirsi voti o appoggio». No, allora, al “populismo irresponsabile”, ma anche all’accusa di populismo «verso tutti coloro che difendono i diritti dei più deboli della società».

Ribaditi anche il “mai più la guerra!”, “fallimento della politica e dell’umanità”, “resa vergognosa alle forze del male” (piuttosto, con il denaro che si investe negli armamenti, si costituisca un Fondo mondiale per eliminare la fame), e l’inammissibilità della pena di morte, da abolire in tutto il mondo. Così come l’appello per una riforma sia delle Nazioni Unite che “dell’architettura economica e finanziaria internazionale”.
Sulla base del Documento di Abu Dhabi sulla Fratellanza umana, Francesco riafferma infine che «la violenza non trova base alcuna nelle convinzioni religiose fondamentali, bensì nelle loro deformazioni». E ricorda figure come Martin Luther King, Desmond Tutu, il Mahatma Gandhi e soprattutto il Beato Charles de Foucauld, un modello per tutti di cosa significhi identificarsi con gli ultimi per divenire «il fratello universale».

La novità nell’approccio dell’enciclica è stato sottolineato dal cardinale Pietro Parolin, segretario di stato, nella conferenza stampa di presentazione domenica in Vaticano. “Il ruolo effettivo della fraternità è dirompente poiché si lega a concetti nuovi che sostituiscono la pace con gli operatori di pace, lo sviluppo con i cooperanti, il rispetto dei diritti con l’attenzione alle esigenze di ogni prossimo, sia esso persona, popolo o comunità”. Quella del Papa, ha sintetizzato il cardinale, “è un’enciclica che ruota intorno alla categoria di amore fraterno”, nella rilettura e attualizzazione della parabola del Samaritano del Vangelo di Luca, tipizzazione di un impegno a favore degli altri senza frontiere di alcun tipo. Come recita il quarto capitolo, a proposito di migrazioni: “La fraternità universale e l’amicizia sociale all’interno di ogni società sono due poli inseparabili e coessenziali”. Ci vuole “reciproca inclusione”, perché “nessun popolo, nessuna cultura o persona può ottenere tutto da sé”. La proposta concreta è quella di un “vicinato” da attuare non solo nel quartiere, ma “anche tra Paesi vicini”, superando paura e diffidenza: “Oggi nessuno Stato nazionale isolato è in grado di assicurare il bene comune della propria popolazione”.