Nella sintesi richiesta ad un titolo – «Il Papa smonta le teorie di Francesco» – Claudio Cerasa, in un editoriale su Il Foglio, coglie un aspetto cruciale dell’ Enciclica “Fratelli tutti”. «Il Papa sostiene che il populismo sia un virus culturale della nostra modernità – scrive il giovane direttore – perché contribuisce ad alzare muri piuttosto e non aiuta a costruire ponti» (è una metafora che Francesco ripete spesso, fin da quando disapprovò pubblicamente il Muro che Trump voleva edificare al confine con il Messico, ndr). «Paradossalmente – è scritto nell’Enciclica – ci sono paure ancestrali che non sono state superate dal progresso tecnologico; anzi, hanno saputo nascondersi e potenziarsi dietro nuove tecnologie.

Anche oggi, dietro le mura dell’antica città c’è l’abisso, il territorio dell’ignoto, il deserto. Ciò che proviene di là non è affidabile, perché non è conosciuto, non è familiare, non appartiene al villaggio. È il territorio di ciò che è “barbaro”, da cui bisogna difendersi ad ogni costo. Di conseguenza si creano nuove barriere di autodifesa, così che non esiste più il mondo ed esiste unicamente il “mio” mondo, fino al punto che molti non vengono più considerati esseri umani con una dignità inalienabile e diventano semplicemente “quelli”». Riappare «la tentazione di fare una cultura dei muri, di alzare i muri, muri nel cuore, muri nella terra per impedire questo incontro con altre culture, con altra gente. E chi alza un muro, chi costruisce un muro – stigmatizza il Papa – finirà schiavo dentro ai muri che ha costruito, senza orizzonti. Perché gli manca questa alterità». Ma allo stesso tempo, forse senza accorgersene, Francesco – osserva Cerasa – «mentre critica i populismi nazionalisti, sposa in materia economica le loro stesse tesi».

Ricordo ancora che, nel giugno del 2017, durante un incontro con i delegati al Congresso della Cisl, Francesco si produsse su uno dei temi più cari al populismo incombente: «E quando non sempre e non a tutti è riconosciuto il diritto a una giusta pensione – giusta perché né troppo povera né troppo ricca: le “pensioni d’oro” sono un’offesa al lavoro non meno grave delle pensioni troppo povere, perché fanno sì che le diseguaglianze del tempo del lavoro diventino perenni…». Tornando a “Fratelli tutti’’, in sostanza, se ho ben compreso le considerazioni di Cerasa, il Pontefice si troverebbe in contraddizione con se stesso. A me sembra che il problema sia, nel contempo, più semplice e più complesso, ma soprattutto trovo nel pensiero espresso nella Enciclica una certa coerenza con altre fonti ed esternazioni del pensiero di Francesco.

Quello del Papa è un populismo ex cathedra che sconfessa una corrente di populismo deviato. Come ai tempi delle grandi eresie: le scomuniche papali colpivano comunità che non rifiutavano il Cristianesimo, ma interpretavano i dogmi e i capisaldi della dottrina in maniere diversa dalla Chiesa di Roma. Con l’Enciclica, Francesco mette l’imprimatur sul populismo “buono” e sconfessa quello “cattivo”: aggettivi qualificativi che sono stati sdoganati da Mario Draghi con riferimento al debito pubblico. Il populismo “cattivo”, secondo il Pontefice, è quello che promuove l’assistenzialismo e non il lavoro, che non è solidale, che si oppone all’accoglienza dei “dannati della terra”, che non spartisce la ricchezza allo scopo di diminuire le diseguaglianze che – il Papa accetta questa teoria che nessuno è mai stato il grado di dimostrare – nella globalizzazione dell’economia, si sarebbero divaricate. «È aumentata la ricchezza, ma senza equità – è scritto nell’Enciclica- e così nascono nuove povertà». Quando si dice che il mondo moderno ha ridotto la povertà, lo si fa “misurandola con criteri di altre epoche non paragonabili con la realtà attuale’’.

In verità sembrerebbe logico ammettere che l’intera umanità abbia fatto, pur nelle “diseguaglianze”, un passo in avanti, dal momento che, sull’intero pianeta, tra la fine del secolo scorso e i primi annui dell’attuale, 1,2 miliardi di persone sono uscite da una condizione di estrema povertà. Come controprova ci sono gli effetti della pandemia e del lockdown: la crisi economica e sociale che si sta profilando deriva soprattutto dalla “chiusura” dei mercati internazionali in conseguenza della difesa dal contagio, della sua diversa intensità – in ciascun Paese nel medesimo arco di tempo – che finisce per provocare molte difficoltà sia sul lato della domanda, che su quello dell’offerta di beni e servizi. In sostanza, la crisi è provocata non dalla globalizzazione dell’economia, ma dagli ostacoli e gli impedimenti che il suo dispiegarsi incontra a causa delle misure imposte dalla pandemia e, prima ancora, per colpa del bilateralismo, del protezionismo che sono l’altra faccia della medaglia del sovranismo e della chiusura delle società. Il Trump che eleva muri contro le persone è lo stesso che impone – con la medesima logica – dazi sui prodotti importati. Vi è una sostanziale differenza tra la visione del mondo contenuta in “Fratelli tutti” e quella connaturata all’America First?

“Aprirsi al mondo” è un’espressione che oggi è stata fatta propria dall’economia e dalla finanza. Si riferisce esclusivamente – scrive Francesco – all’apertura agli interessi stranieri (sembra Salvini che se la prende con Angela Merkel, ndr) o alla libertà dei poteri economici di investire senza vincoli né complicazioni in tutti i Paesi. I conflitti locali e il disinteresse per il bene comune vengono strumentalizzati dall’economia globale per imporre un modello culturale unico (ecco che fa capolino la specificità dei popoli, cara ai sovranisti europei, ndr). Tale cultura unifica il mondo ma divide le persone e le nazioni, perché «la società sempre più globalizzata ci rende vicini, ma non ci rende fratelli». La medesima visione è riproposta anche di seguito laddove l’Enciclica lamenta che: «Alcuni Paesi forti dal punto di vista economico vengono presentati come modelli culturali per i Paesi poco sviluppati, invece di fare in modo che ognuno cresca con lo stile che gli è peculiare, sviluppando le proprie capacità di innovare a partire dai valori della propria cultura».

Ma come si concilia questa cura delle peculiarità di un popolo che sarebbe minacciata dalle ruspe di una globalizzazione livellatrice con la visione di un futuro migliore? «La società mondiale ha gravi carenze strutturali che non si risolvono con rattoppi o soluzioni veloci meramente occasionali. Ci sono cose – sostiene con forza il testo pontificio – che devono essere cambiate con reimpostazioni di fondo e trasformazioni importanti. Solo una sana politica potrebbe averne la guida, coinvolgendo i più diversi settori e i più vari saperi. In tal modo, un’economia integrata in un progetto politico, sociale, culturale e popolare che tenda al bene comune può aprire la strada a opportunità differenti, che non implicano di fermare la creatività umana e il suo sogno di progresso, ma piuttosto di incanalare tale energia in modo nuovo».

È appunto quello che prova a fare l’economia, nella convinzione – confermata da secoli di esperienze – che non sono possibili libertà politiche in assenza di libertà economiche. E che il denaro non può più essere considerato lo “sterco del diavolo”, ma – se non un fine in sé per sé – uno strumento di emancipazione dei popoli e di protezione solidale degli “scarti”.