Papa Francesco in persona interviene su Bose. Lo fa con una lettera al Priore e alla comunità, pubblicata ieri, in cui si dice consapevole delle difficoltà che si sono “purtroppo accresciute” a causa del “prolungato ritardo” nell’applicare le misure decise dalla Santa Sede, cioè allontanare Enzo Bianchi, fondatore ed ex-priore. E aggiunge: «Non lasciatevi turbare da voci che mirano a gettare discordia tra voi: il bene dell’autentica comunione fraterna va custodito anche quando è alto il prezzo da pagare! Così come la fedeltà in tali momenti consente di cogliere ancor più la voce di Colui che chiama e dà la forza di seguirlo». La lettera segue l’udienza concessa al Delegato pontificio e al Priore il 4 marzo.

Già allora la Sala Stampa vaticana aveva parlato di “vicinanza e sostegno” del Papa. Il Delegato a sua volta aveva risposto il 17 marzo, l’altro ieri, alle precisazioni di Enzo Bianchi che il 6 marzo in un lungo comunicato aveva smontato uno per uno i pezzi della ricostruzione del Delegato stesso. Bianchi dice che non è mai stato d’accordo a trasferirsi e soprattutto l’ultima soluzione, a Cellole vicino San Gimignano, non soddisfaceva le condizioni minime richieste di autonomia economica, operativa e vita monastica. A leggere e rileggere Bianchi il 6 marzo e il Delegato l’altro ieri, ci si accorge che a vicenda dicono all’altro di mentire. I fatti certi sono questi: il Papa è dalla parte del Delegato pontificio; Bianchi non è mai stato ascoltato dal Papa; la comunità di Bose sembra spaccata al suo interno e si affastellano le voci di una scissione e provvedimenti disciplinari contro i monaci non allineati all’attuale Priore. Ieri l’autorevole quotidiano francese La Croix ha dedicato due pagine a Bose, parlando di crisi di crescita e dei problemi collegati alla prova della maturità, nel passaggio dal fondatore al successore, tanto più difficile quando il primo è ancora in vita e ben presente nelle dinamiche della comunità.

Il pasticcio è molto grande e a vederlo da fuori non si capisce più niente. Anche se, a dirla tutta, nulla si è capito fin dall’inizio. Infatti su un aspetto tutti i protagonisti vanno super d’accordo: non dire quale sia il nodo del contendere. Problemi economici e gestionali? Questioni di potere, gelosie e rivalità da resa dei conti tra fondatore e successore? Cambiamento di linea di Bose rispetto all’ecumenismo e alla vita comunitaria di un gruppo di monaci e monache che sono dei laici? Desiderio di clericalizzare l’esperienza? Non si sa, nessuno lo vuole dire. Nel frattempo “volano gli stracci” con una sorta di opinione pubblica di Bose schierata chi a difesa di Bianchi, chi a difesa dell’attuale Priore. In mezzo ci sono gruppi di irriducibili secondo cui i panni sporchi non si lavano in pubblico e noi, anche de Il Riformista, dovremmo tacere perché non sappiamo un bel niente.

I panni sporchi si lavano in casa a patto che chi la abita stia zitto, mentre qui tutti si affannano a opinare e anche via social troviamo i provvedimenti restrittivi dell’attuale Priore fotografati e pubblicati. Se poi si doveva tacere per chissà quale rispetto delle parti in causa e dell’esperienza di Bose, allora nessuno doveva comunicare, neanche la Santa Sede che invece a più riprese è intervenuta. Che poi non si sappia un bel niente non è vero, perché il silenzio sui motivi del dissidio ci fanno capire molto. Tra l’altro il Delegato pontificio nella lunga e puntigliosa ricostruzione del 17 marzo che vuole smentire Bianchi, a un certo punto si esprime così: «Auspico che queste precisazioni aiutino a una lettura corretta…». Purtroppo è esattamente il contrario.

I toni si sono esacerbati, comprensione, dialogo e misericordia sono scomparsi (non so se ci sono mai stati…). È la dimostrazione che anche nelle realtà ecclesiali, alla fine, i problemi si risolvono a colpi di decreti e vie legali. Certo si poteva evitare, facendo ricorso a strumenti diversi, alla comprensione, al dialogo, al chiaro riconoscimento dei veri motivi del dissidio. Come sanno bene gli psicologi del profondo (ma anche psicologi dinamici, cognitivisti, terapisti sistemici…), nei conflitti i veri motivi non vanno cercati nelle contrapposizioni ideologiche teoriche ma nei vissuti affettivi, nei sentimenti, nelle motivazioni, nei desideri anche inconsci di venire accolti, riconosciuti e perfino (soprattutto?) nel desiderio del potere.

Qui ci sono dei vissuti molto forti e profondi, tutti inespressi, ed è triste vedere che non se ne parla mai. Sta diventando una diatriba tra chi vuole avere ragione a tutti i costi, come tra fidanzati o coniugi esacerbati dove ognuno vuole prevalere sull’altro e alla fine gli sconfitti sono tutti e due. Un’altra occasione perduta, annegata nel mancato rispetto e nel dialogo diventato inevitabilmente tra sordi. Si poteva evitare. Vista la risonanza che ha Bose, una discussione o un dibattito poteva venire avviato e tutta la Chiesa avrebbe guadagnato in trasparenza.

Giornalista e saggista specializzato su temi etici, politici, religiosi, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato, tra l’altro, Geopolitica della Chiesa cattolica (Laterza 2006), Ratzinger per non credenti (Laterza 2007), Preti sul lettino (Giunti, 2010), 7 Regole per una parrocchia felice (Edb 2016).