Cesare Battisti è stato trasferito da Rossano Calabro a Ferrara. Nella giornata precedente a quella in cui è stato disposto e poi, conseguentemente, è avvenuto il trasferimento, ho fatto visita alle carceri di Rossano Calabro e ho potuto, personalmente, constatare quanto fosse drammatica la sua condizione. Ho incontrato una persona assai sofferente e provata. Le ragioni della sua protesta erano effettivamente fondate. Una persona costretta per lunghi mesi in una condizione di isolamento che la condanna inflittagli non contempla.

Un uomo a cui non venivano garantiti i livelli minimi di civiltà penitenziaria, privato dal godimento dei diritti carcerari riconosciuti dalla legge e dall’ ordinamento costituzionale. Una sottile forma di tortura detentiva. Ieri l’annuncio di una buona notizia, quella della sospensione dello sciopero della fame. Il fatto che Battisti abbia inteso assumere questa decisione solo dopo aver varcato la soglia del carcere ferrarese, potrebbe indurre a ritenere che il trasferimento possa essere una misura atta a determinare la cessazione di una illegale condizione carceraria. Nella nostra breve conversazione avvenuta venerdì durante la visita al carcere, ho notato la sua insistenza rivolta non a chiedere sconti o trattamenti di favore per un detenuto ”speciale”, ma ad invocare il rispetto di diritti primari che anche la condanna all’ergastolo non sopprime. È da ritenersi, dunque, che la detenzione a Ferrara non sia di continuità con il carattere illegalmente sanzionatorio di quella vissuta prima ad Oristano e poi a Rossano.

Battisti chiede di scontare la sua condanna nella legalità. E non a caso la richiesta primaria che avanza insieme al suo legale è quella di poter conoscere le motivazioni che il DAP ha dato per la classificazione del detenuto da assegnare in Alta Sicurezza. Non è ammissibile che in risposta alle istanze presentate si possa attestare che “ la documentazione richiesta è stata sottratta al diritto all’accesso”. Un modo per impedire, persino, l’esercizio del diritto alla difesa.
È davvero incomprensibile che, in questo Paese, si possa giustificare e apprezzare la scarcerazione di Giovanni Brusca come un atto dovuto in applicazione della legge e poi, contestualmente, gridare invece allo scandalo per Cesare Battisti che protesta perché è sempre quello stesso Stato che si fa promotore di evidenti violazioni e, così, impedisce che la pena possa essere scontata nel pieno rispetto delle norme vigenti.

Nel colloquio in carcere ho notato momenti in cui il “duro” Battisti si è commosso: quando ha ricordato gli occhi di un bambino presente, ahimè, in uno di quei raid degli anni di piombo, e quando mi ha mostrato la foto del piccolo Raul, il suo bambino. Comunque, il tema non è il giudizio etico-politico sul terrorista Battisti, paradossalmente, invece, in questo caso è quello sullo strabismo da parte dello Stato che riconosce a Brusca il diritto del cittadino che in base alla legge riacquista la libertà e a Battisti nega la espiazione di una condanna nelle forme legali. Ciò contribuisce ad alimentare il sospetto che la gestione della detenzione di Battisti sia improntata alla ritorsione e ad uno spirito vendicativo. Insomma, la pena diventa vendetta.