Da Ceuta alla scalata di AFD
I migranti ci fanno ancora paura?
La crisi di Ceuta di quest’estate ha posto di nuovo sotto i riflettori il tema della gestione del fenomeno migratorio. L’esito delle recenti elezioni in Sassonia-Anhalt e quelle di domenica nei Land di Berlino e Meclemburgo-Pomerania Anteriore, che hanno oltremodo premiato il partito di estrema destra AFD, conferma come le opinioni pubbliche e l’elettorato percepiscano come carenti, insufficienti o addirittura inesistenti le attuali politiche migratorie (il gradiente dipende dai punti di vista dell’osservatore). In questo contesto depurare il dibattito da suggestioni propagandistiche, separando i fatti dalle opinioni è sempre più difficile. Il rischio che si corre è quello di trasformare slogan propagandistici in scorciatoie salvifiche, tanto più suggestive quanto maggiore è la distanza di chi le sbandiera da responsabilità di governo e quanto più vicini sono gli appuntamenti elettorali.
Classico esempio è la cosiddetta “remigrazione”, intesa come rimpatrio consensuale o forzoso di chi non ha titolo legale per stare in Italia: se la si intende nella sua definizione letterale, la remigrazione nel nostro Paese esiste già. Chi obietta che andrebbe applicata in maggior misura e su larga scala dovrebbe spiegare almeno un paio di cose: come definire le necessarie intese con i Paesi di origine e, soprattutto, come superare i vincoli imposti dai trattati internazionali (Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951, Trattato di Dublino) che consentono, tra l’altro, a chiunque giunga, e in qualsiasi modo, sul territorio europeo (navi militari comprese) di presentare richiesta di asilo politico o di essere sottoposto a misure temporanee per motivi umanitari.
Il punto vero è superare nel dibattito interno la sterile dicotomia blocco navale versus accoglienza indiscriminata per ragionare nel merito su come costruire politiche pubbliche capaci di distinguere le condizioni giuridiche e sociali degli stranieri (in ingresso o già presenti sul territorio nazionale) costruendo percorsi di inclusione socio-lavorativa legali, solidi, trasparenti e verificabili nel tempo. La stratificazione normativa in materia (“legge Martelli” del 1990, “Turco-Napolitano” del 1998, “Bossi-Fini” del 2002, “Minniti-Orlando” del 2017, poi modificata dal c.d. “decreto Salvini” del 2018, anch’esso modificato dal c.d. “Decreto Lamorgese”) testimonia l’obsolescenza di un approccio che ha provato a definire un legame immigrazione-inclusione con strumenti e modalità oramai superati dalla realtà del nostro mercato del lavoro. Basti pensare al caos dei famigerati “click day”, alla rigida predeterminazione ex ante dei fabbisogni e delle quote di ingresso ed a una burocrazia incapace di impedire storture o infiltrazioni della criminalità organizzata con forme di “accaparramento” delle quote, come denunciato dalla stessa Premier.
L’incontro tra domanda e offerta di lavoro deve necessariamente essere assicurato, e garantito nel tempo, da politiche ad hoc imperniate sulla rete dei Servizi al Lavoro presenti nel nostro Paese (soggetti privati autorizzati/accreditati, a livello nazionale e regionale, insieme ai Centri per l’impiego, senza sovrapposizioni operative) capaci di distinguere la formazione (pure necessaria) dall’inserimento lavorativo. Vanno quindi definite politiche distinte per i flussi in entrata nel nostro Paese e per lo stock di stranieri già presenti sul territorio. Per i primi occorre valorizzare fortemente il ruolo degli intermediari privati che oltre ad essere autorizzati e vigilati dal Ministero del lavoro detengono un know how di cui non si può fare a meno: la conoscenza del reale fabbisogno delle imprese, la capacità di organizzare percorsi di formazione, anche in loco, coerenti con questa domanda, la possibilità di garantire, d’intesa con l’azienda, il reale inserimento lavorativo, risolvendo questioni complesse come l’housing e l’accoglienza. Vanno definite norme e procedure capaci di blindare l’intero processo depurandolo da lungaggini burocratiche o rendite parassitarie (come la creazione di aule di discenti che rimangono poi inoccupati).
È del tutto evidente come questo approccio trasparente e tracciabile ridurrebbe fortemente anche il rischio di creare un “esercito di manodopera di riserva”, per dirlo in termini marxiani, di lavoratori sottopagati e ricattabili dalle mafie ma non solo. Per quanto riguarda gli stranieri già (legalmente) presenti sul territorio nazionale va effettuato uno screening distinguendo chi può essere destinatario di politiche formative tese a creare le condizioni per un inserimento lavorativo reale da coloro che vanno indirizzati verso percorsi di reinserimento/recupero sociale in funzione delle fragilità rilevate. Disoccupati (cioè soggetti che hanno già avuto esperienze di lavoro, magari diversificate e discontinue, che possono essere capitalizzate in termini di competenze acquisite) e inattivi andranno trattati in maniera differenziata con il supporto, per questa seconda platea, degli enti del terzo settore che si occupano di inclusione sociale. Tutte le azioni andrebbero personalizzate in funzione delle caratteristiche di ciascuna platea con strumentazioni ad hoc oggi ben note agli operatori delle politiche attive. Non vanno trascurate azioni di supporto all’imprenditorialità, visto che secondo il Ministero del lavoro sono quasi 680 mila le imprese di migranti in Italia, di cui il 79% extra UE. Tutti i finanziamenti pubblici alla formazione professionale dei migranti occupabili andrebbero subordinati all’effettivo inserimento/accompagnamento al lavoro dei discenti.
Queste politiche potrebbero essere definite mediante avvisi multi-misura finanziati con fondi di programmi regionali o nazionali già esistenti, attivabili nel finanziamento dell’intera filiera dei servizi di Politica Attiva e Welfare. Le risorse per fare tutto questo ci sono ed i ritorni in termini di incremento del Pil e dei livelli di sicurezza sarebbero notevoli. L’urgenza di governare il fenomeno migratorio viene spesso legata al declino demografico e alla necessità di supportare il sistema produttivo e garantire la sostenibilità presente e futura del nostro sistema di welfare. Ma c’è di più. La crisi di Ceuta, ultima in ordine di tempo, ha mostrato ancora una volta come l’immigrazione incontrollata possa essere utilizzata come fattore di destabilizzazione.
Nulla di nuovo: analoghe situazioni si registrarono durante le crisi tra Turchia e Grecia (2020), Bielorussia e Polonia (2021), Russia e Finlandia (2023). Tutti precedenti poco incoraggianti per il nostro Paese se guardiamo cosa accade di fronte alle nostre coste, nel caos libico, principale snodo dei flussi migratori illegali verso l’Europa. È dalla Libia, o da ciò che ne resta, che parte oltre il 90% degli sbarchi ed è lì che è presente quasi un milione di migranti prigionieri di organizzazioni criminali. Anche per ragioni geostrategiche serve dare vita a un Patto Nazionale che riunisca Istituzioni, Agenzie per il lavoro e corpi sociali intermedi volto a garantire un coordinamento istituzionale e operativo. Il rafforzamento di canali legali di ingresso è anche il prerequisito necessario per mettere in campo decise azioni di contrasto, sul piano militare e di polizia internazionale, all’inaccettabile traffico di esseri umani in raccordo con i Paesi di origine e sulla base di intese bilaterali o multilaterali.
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