Le primarie si fanno. Ma asciutte. Forse troppo asciutte. Asfittiche, verrebbe da dire. Una competizione ridotta all’osso, con una sola candidata del Partito Democratico e nessun nome alternativo che si affacci alla sinistra della segretaria. Elly Schlein corre. E corre Giuseppe Conte. Corrono dentro un meccanismo che avrebbe dovuto essere, per definizione, il massimo esercizio di partecipazione e contendibilità democratica.

Il sospetto è che dietro questa configurazione ci sia una pulsione dirigista, una sorta di nuovo accentramento democratico. Pas d’ennemi à gauche. Nessun nemico a sinistra. Nessun avversario interno. Nessuna candidatura alternativa nel Pd. Le primarie diventano così una gara a due: Schlein contro Conte. Una contesa tra i due partiti maggiori più che tra ventagli di idee, programmi e leadership. È precisamente su questo punto che i riformisti del Pd provano a rompere il silenzio. Lorenzo Guerini, Giorgio Gori, Lia Quartapelle e Filippo Sensi chiedono a gran voce primarie a doppio turno. Non è una richiesta ornamentale. È il tentativo di dare alla consultazione una vera contendibilità e, insieme, di misurare il peso dell’area riformista nel partito. Un doppio turno consentirebbe di verificare quanto consenso esista intorno a una proposta alternativa e quanto sia davvero minoritaria quella componente che oggi viene spesso rappresentata come tale.

La risposta, finora, è stata un assordante silenzio. Eppure la questione è tutt’altro che secondaria, per offrire agli elettori un ventaglio di candidature ampio. Altrimenti sarà una conta a due, un duello. E mentre nel Pd i riformisti aspettano una risposta, a Campo Marzio gli strateghi che lavorano alla candidatura di Giuseppe Conte starebbero preparando una campagna tutt’altro che dimessa. Anzi. Il timore, per gli avversari, è che il leader M5S possa utilizzare le primarie come l’avvio della sua lunga marcia di ritorno a Palazzo Chigi. Una campagna effervescente, senza esclusione di colpi, costruita intorno ai cavalli di battaglia che hanno garantito al Movimento consenso soprattutto nelle fasce più fragili dell’elettorato: reddito di cittadinanza, bonus generosi e creativi, gratuità per tutti. La strategia sarebbe anche geografica. Un noto sondaggista starebbe lavorando a una road map differenziata tra centrosud e centronord. Al Nord, il Conte I: flat tax, partite Iva, meno migranti, più sicurezza. Al centrosud, il Conte II: lavoro, welfare, emergenza casa.

Una doppia narrazione per un candidato che avrebbe l’ambizione di riunificare due elettorati diversi, parlando linguaggi diversi e recuperando il consenso perduto dopo la stagione del governo giallorosso. Il duello, sia come sia, rischia di assorbire tutte le energie del campo largo. E i partiti minori potrebbero trasformarsi in satelliti involontari della sfida tra Schlein e Conte. Con la segretaria dem sarebbero schierati Italia Viva, Ruffini e Avs. Con Conte, formalmente, soltanto Progetto Civico e Psi. Ma la geografia reale dei gazebo potrebbe essere assai più complessa. Sul candidato M5S potrebbero convergere, ufficiosamente, voti provenienti da settori di Avs, dall’area antagonista, da studenti, non votanti e da una fascia di giovanissimi che normalmente non partecipa alle competizioni elettorali. Persino i neosedicenni, che alle primarie possono già votare. È uno dei paradossi di questa consultazione: l’elettorato delle primarie potrebbe essere molto diverso da quello che poi sarà chiamato a scegliere il Parlamento.

Resta poi il capitolo del voto online. Se venisse approvato, aumenterebbe esponenzialmente la platea, ma anche i rischi. Non solo quelli tecnici. In una fase geopolitica nella quale le interferenze straniere nei processi democratici sono diventate una questione centrale, l’apertura digitale potrebbe esporre la consultazione a tentativi di infiltrazione e condizionamento esterno. Il fantasma di Mosca, in questo senso, non è soltanto un timore: è un problema di sicurezza democratica che non può essere liquidato con leggerezza.

Ma la vera domanda arriva dopo il voto. Che cosa accadrebbe se le primarie venissero vinte da Conte? Crescono le voci secondo cui il leader M5S potrebbe, in quel caso, scegliere di uscire dal perimetro del campo largo e presentarsi alle elezioni politiche come candidato premier del solo Movimento. Sarebbe una conseguenza politicamente dirompente. Un esito che avrebbe conseguenze sull’intero sistema politico. Esattamente come Vannacci potrebbe far deflagrare il centrodestra, anche soltanto impedendogli di raggiungere la soglia del 42 per cento. A quel punto si aprirebbe uno scenario inedito: un Parlamento eletto con un proporzionale puro, senza una maggioranza precostituita e coalizioni già confezionate. Un vero «liberi tutti». Le maggioranze si formerebbero in Parlamento e il primo incarico verrebbe conferito dal Quirinale al leader del partito maggiormente rappresentato. In questo scenario c’è chi sale e chi scende. Chi emerge e chi viene sommerso. Matteo Renzi, numero uno tra le cinture nere del tatticismo politico, ha già fatto sapere che ai gazebo Italia Viva andrà per sostenere Schlein. Punto. Come fa già alla Camera. Come fa già al Senato. È una scelta che fotografa una trasformazione profonda. Italia Viva avrebbe dovuto cambiare pelle, diventare Casa Riformista, accogliere altre storie, altre sigle, costruire un soggetto riformista che Renzi ha a lungo indicato come necessario.

Ma il progetto si è progressivamente scomposto. Il Psi è andato con i Civici di Alessandro Onorato. Più Europa si è spaccata in tre. Pina Picierno lavora al polo europeista con Carlo Calenda. Come pure Europeisti.eu, Base Popolare e altre esperienze che si muovono, sì, nel mondo riformista, ma a larga distanza dall’omonima casa. A Renzi è rimasto il nucleo storico di Italia Viva. E la scelta di sostenere Schlein porta questa dinamica alle estreme conseguenze: l’aderenza tra Italia Viva e Pd diventa quasi assoluta. Tanto da rendere sempre più difficile distinguere, sul terreno della leadership del centrosinistra, quale sia la proposta autonoma del partito renziano. Tra i renziani gli scricchiolii si moltiplicano. «Siamo senza parole», si sfoga con il Riformista un attivista renziano, Umberto. «A questo punto rientriamo nel Pd e facciamo la battaglia interna, non ha senso fare un partitino ancillare», ragiona con noi un dirigente sardo, disorientato dalle scelte di Renzi. Perché il niet a una candidatura alle primarie stride con la vocazione originaria del renzismo: stare al centro dell’arena, contendere il campo, mettersi in gioco, sfidare gli equilibri consolidati. La Leopolda è finita da poco e già l’eco delle esortazioni del leader sembra essersi spenta: «Candidatevi». «Scendete in campo». «Sporcatevi le mani». I riformisti devono capire, in queste settimane, se per loro c’è ancora cittadinanza nel centrosinistra.

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Ph.D. in Dottrine politiche, ha iniziato a scrivere per il Riformista nel 2003. Scrive di attualità e politica con interviste e inchieste.