Quando si esamina il cantiere del cosiddetto «campo largo», l’impressione è netta: la ricerca di una sintesi programmatica e di una leadership condivisa cede costantemente il passo alla raffinata arte del rinvio. La verità è che l’intera coalizione si trova intrappolata in un vicolo cieco strategico: da un lato, l’incapacità di individuare una figura terza in grado di svolgere il ruolo di federatore; dall’altro, il timore dell’unica vera alternativa rimasta sul tavolo, le primarie. Un confronto a urne aperte tra i partiti dell’alleanza viene percepito dai rispettivi vertici come una miccia pronta a innescare tensioni e veleni. La ragione è matematica prima ancora che politica. Se dalle primarie dovesse uscire vincitore un’esponente del Pd, verosimilmente Elly Schlein, una parte dell’elettorato pentastellato potrebbe sentirsi poco motivata a sostenere una candidata premier percepita come distante, fino a disertare le urne. Al contrario, un’eventuale affermazione di Giuseppe Conte getterebbe nel panico la componente riformista e moderata del Nazareno. In entrambi i casi, la parte sconfitta rischierebbe di perdere una quota significativa dei propri consensi.

In questo quadro si inserisce l’efficacia dell’ennesima mossa tattica della maggioranza. L’obbligo di indicare il nome della persona da proporre per la presidenza del Consiglio si è rivelato una «mela avvelenata» per le opposizioni. L’obiettivo principale della norma, infatti, non sarebbe tanto quello di blindare la leadership di Giorgia Meloni, quanto quello di far emergere, e potenzialmente esplodere, le contraddizioni interne al campo largo. Un’operazione psicologica e politica particolarmente efficace. Da questo stallo nasce la necessità di una linea apertamente attendista da parte delle opposizioni: tenere in piedi la facciata dell’unità, parlare di programmi e rinviare la scelta delle primarie alla fine di febbraio. Una scadenza tutt’altro che casuale, nella prospettiva di una possibile pronuncia della Corte costituzionale sui profili di legittimità della nuova legge elettorale. I tempi di un eventuale giudizio, tuttavia, restano incerti. La strategia del campo largo sembra comunque ruotare attorno a questa finestra giudiziaria: l’auspicio è che sia la Consulta a togliere le castagne dal fuoco, neutralizzando gli effetti del veleno inoculato dalla destra.

La prima speranza riguarda proprio l’obbligo di indicare il candidato alla presidenza del Consiglio. Se la Corte dovesse censurare la norma, ritenendola lesiva delle prerogative del Presidente della Repubblica, verrebbe meno la necessità politica di indicare preventivamente un capo della coalizione. Il secondo nodo riguarda il premio di maggioranza. Se la Consulta dovesse intervenire sul meccanismo del premio, mettendone in discussione la soglia o le modalità di attribuzione, le conseguenze sulla strategia delle coalizioni potrebbero essere significative. A quel punto, se si consolidasse una dinamica di tipo proporzionale, quale sarebbe il vantaggio di costruire una coalizione prima del voto, consumando energie in una contesa interna per la leadership? È una prospettiva che potrebbe allettare soprattutto il Movimento 5 Stelle, qualora decidesse di giocare da battitore libero, condurre una campagna elettorale all’attacco e trattare soltanto dopo il voto. In questo scenario verrebbe meno, almeno sul piano politico, anche la necessità di un programma comune. Correre separati, tuttavia, non sarebbe automaticamente conveniente per tutti: molto dipenderebbe dalla distribuzione dei voti e dalla capacità delle singole forze politiche di tradurre i consensi in seggi. Ecco perché la pazienza del Pd e dei suoi alleati sembra dipendere in larga misura dalle decisioni dei giudici costituzionali.

Rimane il grande nodo irrisolto della politica estera, a cominciare dalla guerra in Ucraina. Le posizioni restano distanti tra chi vuole continuare a sostenere la resistenza di Kyiv e chi si oppone nettamente a nuovi invii di armi. Ma, in attesa della Consulta, anche questo scoglio rischia di essere congelato. Se la Corte dovesse modificare il quadro delle regole elettorali, aprendo la strada a un sistema sostanzialmente proporzionale senza premio di maggioranza, la necessità di trovare una sintesi sull’Ucraina potrebbe essere rinviata a dopo il voto. Ogni partito sarebbe così libero di parlare al proprio elettorato, rimandando il confronto sulle incompatibilità programmatiche al momento in cui si tratterà di costruire una maggioranza parlamentare.