Divisioni e protagonismi
Il campo largo sta diventando l’ossigeno di Meloni, il programma non esiste e a Napoli la prima contestazione arriva da sinistra
Mentre Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni cercavano di offrire l’immagine di un’opposizione compatta, è arrivata la contestazione di Potere al Popolo. L’unità è evocata, non praticata
Il campo è largo, ma il programma è corto. C’è un dettaglio che racconta meglio di qualsiasi fotografia lo stato reale dei progressisti. Nel Partito democratico cresce il fastidio per la centralità assunta da Giuseppe Conte, fonti dem vicine alla segretaria descrivono una Elly Schlein determinata a non lasciare all’ex presidente del Consiglio la leadership politica dell’opposizione e poco incline ad accettare che il Movimento 5 Stelle diventi il baricentro della futura coalizione. Ufficialmente regna l’unità, ufficiosamente la competizione è già iniziata. Ma prima ancora del leader il problema del campo largo è il programma, o meglio, la sua assenza, come ha sollevato Massimo Franco sul Corriere della Sera. Prima di stabilire chi guiderà l’opposizione, bisognerebbe capire quale progetto dovrebbe tenere insieme forze politiche che continuano a divergere su questioni fondamentali.
La manifestazione di Napoli avrebbe dovuto dissipare almeno parte di queste ambiguità invece ha ottenuto il risultato opposto: mentre Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni cercavano di offrire l’immagine di un’opposizione finalmente compatta, è arrivata la contestazione di Potere al Popolo. Il campo largo nasce per allargare il fronte anti-Meloni, ma la prima contestazione è arrivata proprio da sinistra. Conte ha scelto il dialogo con i manifestanti. Bonelli li ha accusati di fare il gioco della destra. Due risposte diverse che hanno confermato un dato evidente: l’unità viene evocata molto più spesso di quanto venga praticata.
Le differenze emergono su quasi tutti i dossier strategici a partire dalla politica estera. Il Partito democratico resta ancorato all’europeismo e all’atlantismo tradizionali, Conte, invece, ha costruito gran parte della sua opposizione attorno alla critica del riarmo europeo e dell’aumento delle spese militari. Non sono sfumature, sono visioni differenti del ruolo dell’Italia nel mondo. Anche sul terreno economico le distanze non mancano: la patrimoniale continua a dividere il fronte progressista tra chi la considera una misura necessaria di redistribuzione e chi teme l’effetto sul ceto medio. Persino il salario minimo, spesso indicato come la battaglia comune dell’opposizione, appare insufficiente a trasformarsi nel fondamento di una futura esperienza di governo. La verità è che il campo largo continua a essere definito più dall’avversario che da una proposta condivisa, esiste perché c’è Giorgia Meloni.
Facendo un passo indietro è bene identificare il termine campo largo. Se il criterio è semplicemente sommare tutto ciò che si oppone alla destra, il rischio è di costruire un contenitore sempre più esteso e sempre meno riconoscibile. Un’alleanza non può allargarsi all’infinito. La politica italiana ha già conosciuto stagioni nelle quali le coalizioni si formavano soprattutto per impedire la vittoria dell’avversario e riproporre quello schema significherebbe riportare il sistema verso dinamiche da Prima Repubblica, dove la costruzione degli schieramenti contava più della chiarezza dei programmi. Il paradosso è che il campo largo rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello dichiarato. Nel tentativo di battere Meloni, potrebbe finire per rafforzarla. La maggioranza ha una direzione politica riconoscibile; a sinistra, invece, resta una coalizione che non ha ancora chiarito né chi la guiderà né, soprattutto, che cosa voglia fare una volta arrivata al governo.
Per questo il campo largo nasce già monco, prima ancora del leader manca il progetto. E finché Schlein e Conte continueranno a contendersi il ruolo di federatore di un’alleanza che non ha ancora trovato una ragione comune per esistere, la nebbia continuerà ad avvolgere non un nome, ma l’intera alternativa di governo. Ben venga Meloni, per ora, perché il campo largo ha già dimostrato di litigare anche sul colore delle pareti di Palazzo Chigi, oltre che sulla guida di questa compagine che, non si sa come, è insieme atlantista e a tratti filo-putiniana. Un buon inizio, insomma.
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