Henry John Woodcock, Pubblico Ministero presso la Procura di Napoli, protagonista di inchieste quasi sempre – mi limito a dire – almeno controverse, ci sorprende per i contenuti del suo articolo sul regime penitenziario del 41 bis, appena pubblicato su Il Fatto Quotidiano. L’articolo ha una tale sua singolare forza che il direttore Travaglio ha sentito l’esigenza di integrarlo con una postilla, nella quale, quasi a spegnere possibili incendi, si dice certo che le considerazioni del Pm napoletano «susciteranno un dibattito…. che Il Fatto ospiterà volentieri». Per parte mia, non so se stupirmi più delle cose che scrive il dott. Woodcock, o di questa iniziativa del quotidiano. Non so neppure se e quanto pesi, in tutto ciò, la arcinota vicenda Bonafede–Di Maio–Giletti, che ci ha noiosamente tormentato negli ultimi mesi dagli schermi di LA7, ma non mi sembra nemmeno giusto chiederselo.

Prendiamo atto con piacere che si sia voluto rilanciare questa importante riflessione, a maggior ragione se questo avviene dalle colonne del Fatto Quotidiano e per mano di un Pm non certo indulgente verso i temi delle garanzie di indagati ed imputati. In realtà, il dott. Woodcock pone con molto garbo ma con chiarezza le riflessioni critiche sull’istituto del 41 bis che da sempre sono proprie dell’avvocatura italiana, ed in genere dei liberali e dei garantisti di questo Paese, perciò additati come fiancheggiatori, nemmeno inconsapevoli, delle cosche mafiose che avvelenano la vita sociale ed economica del Paese. In sintesi: non pertinenza delle molte e durissime regole del 41 bis rispetto alle finalità di sicurezza di quel regime detentivo speciale; trasfigurazione in ordinarietà di un regime penitenziario dichiaratamente di natura eccezionale; indiscriminata sua applicazione ad un numero esagerato di destinatari.

Nessuno ha mai dubitato che legittimamente lo Stato possa graduare il rigore del regime penitenziario in misura proporzionale alla pericolosità sociale del detenuto, tanto più se quella pericolosità fa sì che la detenzione in carcere non riesca ad interrompere la catena di comando della organizzazione criminale, ed anzi non di rado addirittura ne rafforzi l’efficacia. Il punto è sempre stato la proporzione e la congruità delle misure adottate a quel fine, da subito orientate verso una finalità diversa, cioè quella di organizzare un regime detentivo terrorizzante, per sfuggire al quale viene esplicitamente indicata la sola strada della collaborazione con l’autorità giudiziaria. Il dott. Woodcock si chiede giustamente cosa abbia a che fare con le esigenze di sicurezza che il detenuto al 41 bis non possa scegliere liberamente quali abiti indossare. Giusto. Tanto meno, aggiungo io, che non possa scegliere i libri o i giornali da leggere; o che gli sia preclusa la possibilità di cucinare in cella, e potremmo proseguire all’infinito nel catalogo di queste assurde e torturanti insensatezze.

Altro è un regime detentivo di sicurezza – per di più irrogato allo stesso modo al condannato come all’indagato di mafia – altro è l’annientamento della dignità stessa della persona, il cui rispetto è odiosamente condizionato alla collaborazione. E bene fa il PM partenopeo a snocciolare tutti i ben noti deragliamenti e le anomalie della “professione” del pentitismo nel nostro Paese. Certo, viene da chiedersi come mai se queste cose le diciamo noi avvocati, nella migliore delle ipotesi si viene ignorati, ma più spesso – ed uso ancora le parole di Woodcock– “si rischia di essere additati come fiancheggiatori delle mafie”; se le scrive un Pubblico Ministero, si apre il dibattito, perfino su Il Fatto Quotidiano. E tuttavia, come suona il detto popolare? Meglio così che un calcio nei denti. E allora: dibattito!