Cinque sentenze, l’ultima definitiva di condanna. Ma sovrapposto a questa incredibile vicenda giudiziaria c’è stato un altro processo, senza appelli, senza Cassazione, senza avvocati. Un processo implacabile: quello mediatico. Chiara Poggi viene trovata morta, nella sua casa, una villetta nel piccolo paese di Garlasco, il 13 agosto del 2007. Da subito, l’attenzione degli inquirenti e dei media si concentra sul fidanzato, il bocconiano Alberto Stasi. Il paese di Garlasco, in provincia di Pavia, viene preso d’assalto da tv, giornalisti, telecamere di ogni ordine e grado. La politica quell’estate sonnecchiava, c’era poco da raccontare e le pagine e i palinsesti andavano riempiti: che cosa di meglio che un giallo con il mostro da sbattere in prima pagina? A Garlasco arrivò anche Fabrizio Corona che, prima di tutti, aveva capito l’antifona: più che il caso di un omicidio, si stava scrivendo una nuova pagina dell’informazione e della giustizia in Italia. Corona però fu da tutti criticato, perché la sua idea di processo mediatico era troppo smaccata, troppo ridondante.

Tutti volevano far parte di quel circo, ma con discrezione, facendo finta di nulla, come se quel modo di raccontare un omicidio, di puntare il dito su una persona, fosse buona informazione e non linciaggio. Il tempo, almeno da questo punto di vista, ha dato ragione a Fabrizio Corona. In quel circo mediatico non era solo, erano in tanti, tutti pronti a mandare alla gogna una persona fino a quel momento innocente pur di vendere, pur di fare audience. Garlasco arriva dopo il caso di Cogne: Anna Maria Franzoni fu accusata e poi condannata per aver ucciso il figlioletto. In quell’occasione si erano già affilate le armi del processo indiziario e le armi di un patibolo virtuale in cui ci si sedeva da innocenti e se ne usciva in pochi secondi colpevoli. Garlasco scrive una nuova pagina ancora. In questo caso la colpevolezza si concentra sul carattere della persona. Con quella faccia, con quel modo di essere, con quell’espressione – scrivono i giornali e dicono le tv – l’assassino non può che essere lui: Stasi.

È la stessa sorte che tocca ad Amanda Knox, anche lei messa sotto torchio non per le prove, ma perché fredda, imperturbabile. Non era venuto in mente a nessuno che era impaurita, che era in un Paese straniero e che era finita in carcere a furor di popolo. Lo stesso furore che spinse l’opinione pubblica a credere – come in un atto di fede e non secondo le leggi del diritto – che Stasi avesse ucciso la sua fidanzata. Non si tratta di essere innocentisti, ma di considerare se per quest’uomo che allora frequentava l’università – si è poi laureato in carcere – ci sia stato un giusto processo. Se questa pressione mediatica, questa ossessione nei suoi confronti non abbia giocato contro di lui, spingendo anche i giudici a orientarsi in un modo o nell’altro. Da tempo, in altri Paesi anche meno toccati dal potere del processo mediatico, si studia l’incidenza della pressione dell’opinione pubblica sulla magistratura giudicante. Come del resto restare indifferenti se tutti ti urlano contro? Se fanno il processo a te che assolvi colui che tutti hanno deciso essere l’assassino, il colpevole?

Stasi in Appello – il primo dei due Appelli – fu assolto. Lì ebbe un momento di tregua e qualcuno criticò il modo in cui l’informazione si era accanita contro di lui. Lo scritto premio Strega Alessandro Piperno scrisse un bellissimo articolo sul Corriere della sera. Non era tanto una difesa di Stasi, ma una difesa dei principi democratici, una difesa della nostra civiltà che poggia – o forse meglio dire poggiava – su autori come Dostoevskij. Garlasco segna il passaggio a una società dello spettacolo in cui la presunzione di non colpevolezza è un assurdo, inutile orpello, anzi un fardello, una nota noiosa in una sinfonia con cui si vuole accompagnare tutti al patibolo. Sarebbe bello poter tornare indietro, ripercorrere le tappe di questa discesa agli inferi, fermarci e dire: no, così non va bene.

Lo dovrebbe dire l’informazione (giornali e tv), la magistratura, il circo mediatico nel suo insieme. Gli occhi di una persona non possono essere la prova della sua colpevolezza. Forse non saranno romanticamente neanche lo specchio dell’anima, ma lasciamo le teorie lombrosiane – declinate in questa versione postmoderna – nel dimenticatoio. Diamo a Stasi un’altra possibilità con la revisione del processo, per difendersi senza interferenze, senza giudizi popolari. Il delitto di Garlasco a quel punto potrà entrare nella storia. Al momento è una ferita ancora aperta.