Condannato al carcere per un articolo giornalistico che ha poi ‘osato’ condividere sul suo account social. Non siamo in Russia e nemmeno nella Repubblica islamica dell’Iran. Siamo  in Italia dove nel 2024 esiste ancora il carcere per i giornalisti, alla faccia della libertà di stampa che tanto viene decantata. Ne sa qualcosa Pasquale Napolitano, 42 anni, cronista politico e di giudiziaria che collabora con Il Giornale dal 2016 e con “Quarta repubblica“, il programma condotto da Nicola Porro su Rete 4. Il cronista originario di Camposano (Napoli) vanta già una lunga carriera alle spalle con esperienze in quotidiani come Il Roma, settimanali come Panaroma, e portali d’informazione, tra gli altri, come Retenews24 e Anteprima24. Proprio la collaborazione con quest’ultima testata online è costata a Napolitano la condanna a 8 mesi di reclusione (con pena sospesa perché inferiore ai due anni) e al pagamento di 6500 euro tra spese legali (2500) e risarcimento dei quattro avvocati che l’hanno denunciato (mille euro a testa). Misure che diventeranno effettive in caso di condanna definitiva.

Napolitano paga infatti l’aver affrontato, il 24 aprile 2020 con un breve articolo, l’immobilismo creatosi all’interno del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Nola dove nonostante un presidente senza maggioranza (appena sei i consiglieri fedeli su 21 componenti del parlamentino forense) si continuava a rinviare l’ordine del giorno per la surroga. Nei giorni successivi all’uscita dell’articolo dal titolo “Chi sono i 6 avvocati che bloccano l’Ordine di Nola. L’ira dei colleghi: “Ora basta””, Napolitano dava spazio anche alle repliche dei diretti interessati, pubblicando una loro missiva titolata “Caos Ordine avvocati Nola, la precisazione: “Sei consiglieri non possono bloccare l’attività del Consiglio”. Poche ore dopo arrivavano le dimissioni dello stesso presidente dell’Ordine forense nolano, Domenico Visone.

Napolitano, il carcere, la solidarietà e la battaglia solitaria

Napolitano documenta e pubblica tutto ma per l’oramai ex presidente Visone e per tre dei consigliari della vecchia maggioranza non basta. “Ti quereliamo“. Napolitano incassa, tranquillo e fiducioso nella giustizia e consapevole di aver fatto solamente il suo lavoro. Passano gli anni e il cronista viene prima rinviato a giudizio e poi condannato lo scorso 7 maggio dal giudice onorario Antonia Ardolino del Tribunale di Nola. Un giudice non togato che proviene dall’Avvocatura, come i querelanti, anche se dalla stessa è stata sospesa per ricoprire l’attuale incarico.

“La sentenza è abbastanza dura” commenta al Riformista Pasquale Napolitano, “ma sono convinto di aver fatto il mio lavoro rispettando tutte le regole e dando la possibilità di replicare a tutti”. Il giornalista napoletano aggiunge: “Attenderemo le motivazioni tra novanta giorni per capire meglio”. Scontato il ricorso in Appello al tribunale di Napoli dopo la palla passerà a un giudice togato. Nel frattempo Napolitano, che è incensurato e quindi può beneficiare delle attenuanti generiche e della sospensione della pena, attenderà i prossimi sviluppi giudiziari consapevole però di aver affrontato da solo questa battaglia legale.

Gli avvocati infatti hanno querelato solo il cronista, nessun riferimento al direttore del sito Anteprima.it per omesso controllo. Inoltre è stato lo stesso Napolitano a far fronte alle spese legali sostenute nel corso degli ultimi anni, circa 2mila euro. Un modus operandi che purtroppo coinvolge sempre più giornalisti, spesso lasciati soli in questa battaglia legale dalle testate presso le quali collaborano, nel silenzio generale delle istituzioni di categoria. Questo per far caprie le difficoltà che incontrano oggi i giornalisti, sempre più precari ed esposti al rischio di querele temerarie.

Altro aspetto inquietante della condanna, in attesa di conoscerne le motivazioni, è quello relativo ad una delle ultime udienze dove l’accusa a contestato a Napolitano la condivisione degli articoli in questione, pubblicati su un sito e non su un giornale cartaceo, sui social, dando così ulteriore risalto alla vicenda.

Questo l’articolo in questione che è valso la condanna a Napolitano:

Chi sono i magnifici sei che tengono in ostaggio 4mila avvocati del Foro di Nola? Il presidente dell’Ordine Domenico Visone ha perso la maggioranza: ha solo 6 voti su 21 componenti del Consiglio. E nonostante ciò continua ad esercitare le funzioni e non convoca il Consiglio con l’ordine del giorno per la surroga: passaggio (la surroga del presidente) legittimo sancito da una sentenza del Tar. Conosciamo allora nomi e volti dei 6 avvocati nolani che stanno creando una situazione di caos, attirandosi la rabbia di tutti i colleghi. Due avvocatesse: Mariella Viscolo e Giuliana Albarella. Entrambe sostengono la linea del presidente Visone. E poi quattro uomini: Gianvittorio Sepe, Salvatore Travaglino, Francesco Boccia e ovviamente il presidente Visone. Da ieri sui social è esplosa la rabbia: “Basta, andate a casa”. Basta scorrere le bacheche degli avvocati nolani. La rabbia è tanta. Nessuno può più tollerare lo stallo.

La solidarietà a Napolitano, l’ex premier Conte: “Mai tenero col Movimento ma carcere è inaccettabile”

Immediate le reazioni sia dell’Ordine nazionale e locale dei giornalisti, sia dei sindacati di categoria, sia della politica che, tutta, esprime solidarietà al cronista condannato. La più significativa è quella dell’ex premier Giuseppe Conte che, nonostante il giustizialismo della prima ora che spesso lo contraddistingue, sui social commenta così l’accaduto: “Pasquale Napolitano è un giornalista de “Il Giornale” che ho avuto modo di conoscere per i suoi retroscena mai teneri con il Movimento 5 Stelle (nel 2021 pubblicò il libro “Leader per caso”, un ritratto inedito di Luigi Di Maio, ndr) e anche per il suo lavoro giornalistico fra territorio e siti di informazione online. Mi preoccupa fortemente apprendere oggi di una condanna addirittura al carcere per la vicenda collegata a un suo articolo su un sito online. Gli esprimo la mia solidarietà. Non ho letto l’articolo in questione, ma non è questo il punto. Ritengo il carcere per i giornalisti qualcosa di totalmente inaccettabile. Per questo contrastiamo le proposte di parlamentari di maggioranza e non solo che continuano ad andare in questa direzione”.

Carcere giornalisti, Verini: “Maggioranza sblocchi legge su abolizione carcere giornalisti”

Dalle opposizioni interviene anche il senatore Walter Verini, segretario commissione Giustizia e Capogruppo Pd in Antimafia: “In un Paese democratico non può esistere il carcere per i giornalisti, che in Italia, retaggio del Codice Rocco, esiste ancora. E questo nonostante i richiami dell’Europa e i pronunciamenti della Corte Costituzionale. Non esprimiamo solo solidarietà al giornalista, ma chiediamo che la maggioranza, oltre a fare dichiarazioni un po’ farisaiche come quella di Foti, sblocchi la legge sulla diffamazione a mezzo stampa, in Commissione Giustizia al Senato, che deve prevedere e prevede l’abolizione del carcere ai giornalisti e il contrasto alle querele temerarie, intimidatorie contro la stampa e i giornalisti”.

Carcere giornalisti, Fratelli d’Italia voleva aumentare pene

In Italia il carcere per i giornalisti è infatti previsto dall’articolo 595 del codice penale. “Chiunque comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a milletrentadue euro. Se l’offesa è recata col mezzo della stampa [57-58bis] o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico [2699], la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore a cinquecentosedici euro”. Nelle scorse settimane il partito di governo, Fratelli d’Italia, aveva anche provato ad aumentare le pene per il reato di diffamazione, prevedendo fino a 4 anni e mezzo di carcere per i giornalisti condannati. La proposta è stata poi ritirata. 

La maggioranza però non riesce a trovare una quadra e allineare le norme a quanto stabilito dalla Corte Costituzionale, che nel 2021 dichiarò illegittimo l’articolo 13 della legge sulla stampa proprio perché prevedeva il carcere, in contrasto con la giurisprudenza della CEDU che nel caso di Alessandro Sallusti condannò l’Italia perché al giornalista si comminò una pena detentiva (poi commutata dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano). Nel suo editoriale, proprio Sallusti assolve i “governanti” e se la prende con i magistrati.

Presidente Ordine: “Discrepanza tra fatto e condanna”

Proprio al Giornale, Carlo Bartoli, presidente dell’ordine dei Giornalisti, commenta: “Rifiutiamo l’idea che in un Paese democratico venga ancora comminata la pena del carcere per il reato di diffamazione a mezzo stampa. Il caso di Pasquale Napolitano, cronista del Giornale, giustamente denunciato oggi in prima pagina con grande evidenza, è la goccia che fa traboccare il vaso di una normativa che non sta più in piedi”.

Bartoli aggiunge: “Al di là del merito della vicenda, che pure suscita non poco stupore per la discrepanza tra fatto e condanna, è necessario comprendere che l’uso strumentale delle azioni giudiziarie contro i giornalisti (penali e civili) colpisce tutta la stampa, al di là dei suoi orientamenti. Attenzione, non si può però abolire il carcere e inasprire le pene pecuniarie colpendo, in particolare, i cronisti più deboli. Serve una riforma che tuteli la libertà di informazione, che non è una prerogativa dei giornalisti ma un diritto di tutti i cittadini e un architrave della democrazia”.

 

 

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Giornalista professionista, nato a Napoli il 28 luglio 1987, ho iniziato a scrivere di sport prima di passare, dal 2015, a occuparmi principalmente di cronaca. Laureato in Scienze della Comunicazione al Suor Orsola Benincasa, ho frequentato la scuola di giornalismo e, nel frattempo, collaborato con diverse testate. Dopo le esperienze a Sky Sport e Mediaset, sono passato a Retenews24 e poi a VocediNapoli.it. Dall'ottobre del 2019 collaboro con la redazione del Riformista.