Giuseppe Conte si presenta alle Camere in un clima rovente. I parlamentari della Lega hanno trascorso la notte tra gli scranni in segno di protesta contro le “mancate risposte del Governo sulla fase due”, mentre i governatori del centrodestra reclamano il ritorno alla normalità nelle gestione delle competenze per quel che riguarda le riaperture. Il premier, però, non intende indietreggiare e si rivolge in modo netto alle Regioni. Il suo è più che un avvertimento: “Iniziative che comportino l’introduzione di misure meno restrittive di quelle disposte su base nazionale, non sono possibili” perché in contrasto con le norme del decreto legge Covid “e quindi sono da considerarsi, a tutti gli effetti di legge, illegittime”, scandisce.

Il capo del governo, in ogni caso, ribadisce la volontà di concordare con le Regioni un allentamento delle misure restrittive che sia circoscritto su base territoriale, differenziando le possibili aperture in modo da tenere conto delle Regioni dove la situazione epidemiologica appare meno critica. E se i governatori plaudono alla possibilità di aperture differenziate, dalla Lega arriva l’invito al presidente del Consiglio “a non alimentare scontri istituzionali”. “Sarebbe irresponsabile in questo momento”, accusano.

Come spesso accade quando le tensioni rischiano di superare il livello di guardia è Sergio Mattarella a intervenire. Il presidente della Repubblica lo fa in occasione della celebrazione del 1 maggio. Ricorda i sacrifici fatti per riconquistare “condizioni di crescente serenità”, i contagi ancora elevati e le vittime che “ogni giorno dobbiamo piangere”. Ecco perché, scandisce, serve “un responsabile clima di leale collaborazione tra le istituzioni e nelle istituzioni”. Il Capo dello Stato continua a “fare affidamento” sul senso di responsabilità dei cittadini. Anche il Governo, però, per l’inquilino del Colle deve fare la sua parte: “Sono necessarie indicazioni – ragionevoli e chiare – da parte delle istituzioni di governo ma, oltre al loro rispetto, è soprattutto decisiva la spontanea capacità di adottare comportamenti coerenti nella comune responsabilità di sicurezza per la salute”, dice.

Il dialogo tra Regioni e Governo, comunque, va avanti. Francesco Boccia vede di nuovo i Governatori e comunica loro che il 95% delle ordinanze emanate è coerente con il Dpcm del Governo. Fuori rotta, invece, l’ordinanza firmata dalla governatrice calabrese Jole Santelli che prevede la possibilità per bar e ristoranti di utilizzare i tavolini all’aperto è in odore di diffida da parte del Governo. Non basta una telefonata tra il ministro per gli affari regionali e la presidente azzurra per calmare le acque e parte la lettera di diffida: “Se non dovesse essere ritirata l’ordinanza sarà impugnata – avverte Boccia – La fuga in avanti della Calabria non aiuta nessuno e mette a rischio la salute dei calabresi”.

Il faro, per Conte e i ministri, resta la prudenza. Il premier non intende vanificare i sacrifici fatti fin qui, per questo continua a predicare cautela, senza temere eventuali ricadute impopolari. Si lascia quasi scappare di come “tremavano le vene dei polsi” quando non si riusciva a far scendere la curva dei contagi. Adesso la situazione è migliorata, ma la battaglia non è ancora vinta. Ecco perché, ribadisce, “dobbiamo far ripartire al meglio la nostra economia senza dolorose e irrimediabili conseguenze future. Un approccio non graduale sarebbe catastrofico”. La preparazione alla fase due, in ogni caso, va avanti. Il Ministro della Salute, Roberto Speranza, firma il decreto ministeriale con cui vengono definiti i criteri relativi alle attività di monitoraggio del rischio sanitario per l’evoluzione della situazione epidemiologica. Indice di contagio, posti nelle terapie intensive, capacità di monitorare l’andamento del coronavirus potranno consentire alle Regioni riaperture diversificate, ma saranno anche i criteri decisivi che il governo potrà usare per imporre chiusure e nuove “zone rosse”.