Lo scaffale
Il grande giornalismo di Murray alle radici dell’odio
«Scegli la vita è uno dei comandamenti più importanti del popolo ebraico. È anche uno dei valori fondamentali dell’Occidente. Loro, e tutti noi, possiamo vincere nonostante il nemico ami la morte. Perché non c’è nulla di sbagliato nell’amare la vita. È la base a partire da cui la civiltà può vincere».
Si è scelta la frase finale del libro di Douglas Murray, “Democrazie e culti della morte – Israele, Hamas e il futuro dell’Occidente” (a cura di Corrado Ocone, traduzione di Camilla Balsamo, Guerini Editore), per dare tutto il senso del saggio di questo importante giornalista inglese che ha lavorato anni come corrispondente di guerra. È giornalismo puro, di parte, alla Oriana Fallaci, non a caso citata con grande rispetto. Dunque: il 7 ottobre 2023 ha fatto precipitare nella Storia, in modo inaudito, l’alterità irriducibile tra culto della vita e culto della morte. Gli ebrei (e l’Occidente) da una parte, i seguaci dell’Islam dall’altra.
Spiega Ocone nella introduzione: «Murray non si limita a quest’opera di ricostruzione dei fatti, e di decostruzione della narrazione più accreditata relativa agli stessi, ma si inoltra, con tratto lieve e profondo insieme, alla ricerca dei motivi ultimi del comportamento diverso sul campo di battaglia di israeliani e palestinesi: i primi pronti a fare di tutto per limitare la perdita di vite umane, soprattutto dei civili, fra le proprie fila ma anche fra quelle dei nemici; e gli altri invece propensi a vantarsi degli atti compiuti, persino dell’uccisione di israeliani o ebrei innocenti. La chiave dell’asimmetria, secondo Murray, è da ricondurre a fattori culturali, e anche religiosi, molto forti e persino atavici». È una tesi che certamente si può discutere per la sua assertività.
Spiega ancora Ocone: «Mentre per i giudeo-cristiani la vita è sacra e ha una dignità intrinseca, per i seguaci più ortodossi dell’Islam essa non vale quasi nulla, forse solo la testimonianza di fede verso Allah. Al culto della vita, che va vissuta come un dono inestimabile ricevuto dal Signore, si contrappongono così i “culti della morte” che abbiamo visto all’opera anche in Europa e negli Stati Uniti in diversi attentati prima ancora che a Gaza». Le descrizioni di Murray, frutto di un lavoro giornalistico sul campo, sono terribili. Gli uomini di Hamas «erano orgogliosi delle loro azioni. Una delle registrazioni del 7 ottobre presenti in quel primo video proveniva da uno dei terroristi che erano entrati nel kibbutz di Mefalsim, una comunità di poco più di mille persone nel Sud di Israele. Nel bel mezzo dell’attacco, il terrorista aveva telefonato alla sua famiglia a Gaza. L’eccitazione nella sua voce era evidente. “Ciao papà”, così iniziava quella telefonata di tre minuti. “Apri subito la tv! Quanti ne ho uccisi con le mie mani! Tuo figlio ha ucciso un sacco di ebrei!». Il padre rispondeva: “Che Dio ti protegga…”. Il ragazzo esultava. “Papà, ti sto chiamando dal telefono di una donna ebrea. Ho ucciso lei e il marito. Ne ho uccisi dieci con le mie stesse mani”. Seguitava a ripetere la stessa cosa. Si pavoneggiava. “Papà, ne ho uccisi dieci! Dieci con le mie stesse mani! Passami la mamma”. “Oh, figlio mio. Dio ti benedica”, dicevano i genitori. Il figlio continuava a vantarsi anche con la madre. “Vorrei essere con te”, rispondeva lei. “Mamma, tuo figlio è un eroe”, diceva lui. “Uccidi, uccidi, uccidi”… Poi il fratello prendeva il telefono, e il discorso andava avanti anche con lui. “Ne ho uccisi dieci. Giuro!”».
La citazione è stata lunga ma è illuminante. Murray ha visto, ha ascoltato, ha scritto. Il libro è anche una meticolosa ricostruzione del problema generale del rapporto tra arabi e israeliani, dunque un testo utile, nella sua unilateralità, per la comprensione di un problema storico che perdura da decenni. La paura domina. «E poi è arrivato il 7 ottobre, e un dubbio si è diffuso tra gli ebrei in Israele e in tutto il mondo: cosa succede, se non siamo al sicuro nemmeno in Israele?».
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