L'eutanasia
Il lascito di Dupuis: l’antimilitarista nonviolento che voleva la pace attraverso l’esercito europeo
Sono ormai oltre 80 anni che si parla di esercito europeo. C’è stata una persona che, per l’esercito europeo, si fece condannare a due anni di carcere. Quella persona era Olivier Dupuis, che nel 1985 rifiutò la leva nell’esercito del suo Paese, il Belgio. Era un giovane antimilitarista nonviolento, non un pacifista. Era cioè convinto che un esercito europeo – assieme a un servizio civile europeo e a un grande piano di aiuti allo sviluppo e di promozione della democrazia – avrebbe potuto garantire la pace, al contrario degli eserciti nazionali storicamente portatori di guerra, nonché dei pacifisti inerti di fronte alle peggiori guerre di aggressione della storia.
Lunedì 4 maggio, Olivier Dupuis è morto con eutanasia ottenuta in Belgio in ragione di un tumore in fase terminale. La sua storia andrebbe fatta conoscere a tutti i protagonisti dello scontro tra chi propone il riarmo degli eserciti nazionali europei e chi contrappone la rinuncia alla difesa dell’Ucraina e dell’Europa. Potrebbero così comprendere che esiste un’alternativa fondata sull’assunzione di responsabilità europea nella difesa della democrazia e dello Stato di diritto. La prima volta che lo conobbi, a Roma, una sera del ‘94, Olivier stava un conducendo un lungo digiuno per l’incriminazione di Milosevic da parte del Tribunale ad hoc sui crimini commessi nell’ex Yugoslavia. Ricordo che stava dicendo a Mirella Parachini che nei digiuni ciò che più gli mancava era la convivialità del cenare assieme. Ebbi la sensazione fisica che stava parlando di qualcosa di più intimo e importante del semplice passare del tempo in compagnia. Nel ‘95 ero da poco arrivato a Bruxelles come collaboratore del gruppo Radicale al Parlamento europeo quando mi chiese di accompagnarlo a Parigi, a un incontro organizzato dal filosofo André Glucksman sulla prima guerra della Russia contro la Cecenia.
Olivier aveva chiaro come in quel genere di conflitti lontani fosse in palio il nostro futuro, il futuro dell’Occidente. Non era solo un ragionamento, il suo, era un sentire, una sofferenza anche fisica che non gli dava pace, e che lo portò negli anni successivi ad essere riferimento di tante opposizioni democratiche e dissidenti di popoli oppressi: tibetani, cubani, uiguri, montagnard, denunciando l’ignavia dei Governi nazionali e delle istituzioni europee con la durezza delle parole, degli interventi parlamentari nel corso dei suoi due mandati al Parlamento europeo, delle manifestazioni, dei sit-in, degli scioperi della fame, di iniziative portate con abnegazione al limite, e persino oltre, come quando di fece arrestare in Laos insieme a Lensi, Manzi, Mellano e Khramov. La riconoscenza nei suoi confronti da parte di personalità impegnate nella difesa dei diritti umani è stata immensa, e gli è stata espressa fino agli ultimi giorni. Uno tra tutti: il Dalai Lama: “Desidero esprimere la mia profonda gratitudine per il costante sostegno che ha dato alla lotta pacifica del popolo tibetano per la libertà e la dignità, durante i suoi molti anni come membro del Parlamento Europeo. Ha vissuto una vita ricca di significato al servizio degli altri, e per questo le sono grato. Sappia che rimane nelle mie preghiere e nei miei pensieri”.
La sua integrità nel vivere la politica come impegno totalizzante lo portò a scontrarsi duramente con molti, fuori ma anche dentro al partito, fino alla rottura con Marco Pannella dopo un sodalizio politico durato decenni. Da quel momento cambiò vita, dedicandosi all’azienda agricola di famiglia, in Belgio. Ma non smise di seguire la politica internazionale, in particolare dopo la guerra di aggressione di Putin contro l’Ucraina. In modo ricorrente, Olivier scriveva lettere aperte ai Governi europei e alla UE affinché garantissero all’Ucraina un sostegno militare pieno, che fosse in grado di determinare la sconfitta dell’esercito aggressore. Proprio come quel ragazzo in carcere 40 anni fa, riteneva che la pace dovesse essere ottenuta e garantita anche con le armi, per quanto necessario a fare valere i diritti umani fondamentali e i diritti umani. “L’Europa nasce o muore a Sarajevo” era la parola d’ordine della manifestazione del Partito radicale e delle altre forze federaliste europee – a partire dai Verdi di Langer – davanti alla sede della riunione del Consiglio europeo di Cannes nel giugno 1995 per chiedere che l’Unione europea non girasse la testa dall’altra parte e accogliesse al proprio interno i Paesi dell’ex Yugoslavia che si erano dichiarati indipendenti. Fu proprio così: a Sarajevo si spense per molti anni e fino ad oggi la speranza che l’Unione europea si dotasse di regole e strumenti in grado di mantenere la pace dentro e fuori dai propri confini.
Olivier Dupuis ha nutrito quella speranza fino alla fine dei suoi giorni, consegnandola a chi vorrà e saprà esserne all’altezza.
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