La ricostruzione storica del film è completamente stravolta e non vale nemmeno la pena di raccontare come andarono veramente le cose, perché quel che conta è ciò che questi magnifici attori misero sullo schermo nel 1957. A quei tempi io finivo il liceo e posso testimoniare che il mondo era solo parzialmente americano: l’anno precedente c’era stata la repressione sovietica in Ungheria, la guerra di Suez e il ventesimo congresso del Pcus con la destalinizzazione. L’America era lontana ma vicinissima con tutti i suoi prodotti mediatici ed eroici perché la guerra era finita da poco più di un decennio ed erano ancora tutti vivi e giovani coloro che erano sopravvissuti. La memoria americana era profondamente legata alla guerra passata e ai fasti della sua epica cinematografica. L’intellighenzia italiana di sinistra anche comunista vedeva benissimo la portata della cinematografia americana e Kirk Douglas non appariva soltanto come una star, il famoso attore di Hollywood, ma come una delle grandi presenze americane nell’immaginario europeo e italiano, per quel che ci riguarda.

Tutti questi grandi personaggi dello schermo epico di Hollywood apparivano giovani, forti, le donne straordinariamente belle, i character, i personaggi presentavano quasi sempre il bene e il male sullo stesso piatto, ben distinguibili, sapevi per chi tifare, mentre da noi in Europa e in Italia serpeggiava il dubbio, il bifidismo ideologico. Tuttavia, questa sensazione di allora oggi va corretta e la morte di Douglas padre può essere un’occasione. Quest’uomo ha avuto alcune fortune: ha amato moltissimo sua moglie che lo ricambiava e che è morta dopo aver compiuto cento anni: Anne Buydens e Kirk fecero in tempo a celebrare le nozze di pietra a 65 anni di matrimonio. La longevità in certe persone appare come un segno di merito, di tenacia, di capacità di battersi e non soltanto di sopravvivere.

Oggi possiamo guardare a Kirk cercando di immaginarlo come sarebbe stato se suo padre non fosse fuggito ad Amsterdam e poi a New York e se fosse rimasto il gracile bambino ebreo che era, senza potersi trasformare nel combattente Spartacus, nell’amico dello sceriffo, nel pittore logorato dalla tentazione del suicidio. Non sappiamo quanti Kirk Douglas non diventarono mai ciò che avrebbero potuto e voluto essere. È stato dunque un eroe americano anche per tutto ciò che ha portato da fuori per sembrare americano al punto da costringere l’America a rispecchiarsi in lui, che ai nastri di partenza non aveva nulla di americano.

Come è successo ai grandi mostri cinematografici americani di discendenza italiana, Quentin Tarantino, Francis Coppola, Robert De Niro, Pesce, Al Pacino e tutti gli altri che hanno formato non un’America italiana, ma una America sempre più americana ma avida di nuove radici, fiera di tutti e oggi memore incantata dalla fine di una delle ultimissime grandi star dei tempi di Gregory Peck, di Spencer Tracy, Burt Lancaster, Jimmy Stewart e ci fermiamo qui perché quell’Ade di figure fantastiche e vivissime è ormai popolato quasi soltanto di ricordi, di eroi, di gente spesso meschina ma più spesso ancora con qualcosa di speciale nella mente e nel modo di mettere in scena la vita, la morte, la sfida, la malattia, la rivolta, l’ingiustizia, il sacrificio, il revolver di Kirk Douglas che in tempo reale vuota il suo tamburo dei sei colpi di Colt che fanno la differenza non soltanto nell’O.K. Corral, ma nella storia dei nostri tempi.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.