Non si smette mai di nascere né di morire e Kirk Douglas ha seguitato a nascere come un campione umano e alla fine ha ceduto a 103 anni, numero che non è in grado a rendere meno triste il vuoto. Se ne va un piccolo emigrato ebreo russo dal nome di famiglia impronunciabile e che era diventato il campione del maschio americano che sa battersi al revolver nell’O.K. Corral (aveva imparato a sparare i sei colpi della sua colt alla velocità dei più bravi pistoleros) e che dopo aver lottato, arato, seminato, difeso la sua terra e la sua gente, poi spende le sue energie per aiutare il prossimo. Oggi si chiama volontariato, ma all’epoca di Kirk si chiamava filantropia e così Michael il figlio lo ha subito ricordato: mio padre, il filantropo, l’uomo che aiutava gli uomini e che allo stesso tempo credeva nella forza maschia e gentile al tempo stesso. Quando girava Lust for Life, un magnifico film sulla vita di Van Gogh fu inghiottito dal personaggio e dalla sua fame di suicidio e di autolesionismo: «Ero diventato identico a lui, avevo la sua faccia e il suo pensiero, la sua barba e i suoi occhi, ero lui e non riuscivo ad uscire fuori e tornare me stesso.

Per anni, poi, non sono riuscito a vedere quel film, perché mi dava un disturbo profondo». E fu così che John Wayne, che passa nell’immaginario hollywoodiano per il super macho con la pistola e col pugno (in realtà fu riformato e non poté andare in guerra, benché abbia vestito per il cinema tutte le uniformi da combattimento) quando lo vide a pezzi per la performance su Van Gogh gli disse: «Cristo, Kirk! Ma tu non puoi ammazzarti così per un personaggio! Non devi distruggerti per fare il cinema». E la risposta fu: «Invece secondo me i personaggi devono essere durissimi, gente tosta e non roba per checche come fai tu. La gente deve sentire il peso della tua sofferenza». E vestiva gli abiti di Van Gogh con un paio di scarpe pesantissime e mostruose di cui una slacciata affinché lo costringesse a sbilanciarsi e soffrire. Non era di sinistra, ma reagì al maccartismo offrendo asilo a tutti gli sceneggiatori, registi e attori che la commissione contro le attività antiamericane presieduta dal senatore McCarthy aveva messo in mezzo alla strada.

Con una serie di società, sigle, studios e la sua rete di amici permise a tutte le vittime della cosiddetta caccia alle streghe (come la chiamò nel suo famoso testo teatrale Arthur Miller, secondo marito di Marilyn Monroe) di superare la fase della repressione con il minor numero di danni possibile. Kirk (che era nato a New York col nome di Issur Danielovitch e poi Isadore Demsky, venendo da una famiglia che portava nella memoria la povertà ebraica e il peso delle persecuzioni che l’aveva costretta a trasferirsi in Olanda) fu quanto di più americano l’America potesse dare a se stessa. È stato l’uomo che ha ricostruito il suo corpo con una disciplina spartana e lo ha fatto per interpretare Spartacus e diventare uno schiavo ribelle e disciplinato allo stesso tempo. Non ebbe mai un vero Oscar ma molte nomination perché all’ultimo momento la statuetta andava a qualcun altro e così nel 1999 l’American Film Institute lo celebrò a modo suo dandogli un posto in classifica fra le più grandi star della storia del cinema e gli assegnò un onorevole diciassettesimo posto.

Non era stato molto contento. In compenso ci teneva fino alla fine ad essere gradito alle donne e ad amare le donne. Disse pubblicamente, ormai centenario, che gli sarebbe piaciuto «incontrare Angelina Jolie, sempre che mia moglie me lo permetta». Da vero americano venne su dal nulla e ormai famoso dovette affrontare e superare un ictus. Ma all’inizio fece un mestiere europeo, da povero ebreo: il trovarobe, il rigattiere che raccoglie ciò che gli altri scartano, per rimettere in buona salute oggetti condannati e farli rivivere. È morto, ci hanno subito informato nella notte di mercoledì, nella sua bella casa di Beverly Hills e non sappiamo come si sia spento, anche se evidentemente Michael e gli altri figli e amici lo sapevano ed erano lì. Michael aveva pronta una bella dichiarazione che aveva letto in precedenza allo stesso padre in cui ricorda la violenza della morte non importa a quale età arrivi e il vuoto che provoca proprio perché aspettata. Ha fatto in tempo, ha detto, a far capire al padre quanto gli fosse grato e quanto andasse fiero di lui. Proud of you, una delle espressioni più banali in fondo, del lessico americano, ma in questo caso certamente vero perché padre e figlio si sono guardati nello specchio molto a lungo.

La sua qualità? La dedizione suicida e auto-antropofaga di essere il personaggio. Di soffrirlo in tutto il suo dolore (prevalentemente). Così è stato nei due magnifici film di Kubrick Paths of Glory e Spartacus. Due crocefissioni sul set, se così si può dire. Nel primo, era un ufficiale francese che vanamente spende la sua passione per salvare da una ingiusta esecuzione tre soldati vittime della sclerotica burocrazia militare. Nel secondo è l’eroe ribelle che porta gli schiavi alla riscossa e si trasforma in un capro espiatorio, un combattente spietato e consapevole. Ma più che altro credibile. Questo era il suo brand: la credibilità della sua “personification” che non era recitazione, ma incarnazione prima di tutto della sofferenza e raramente della gioia. Il capolavoro per cui la mia generazione l’ha amato, insieme a Burt Lancaster nei panni di Wyatt Earp fu la Sfida all’O.K. Corral dove lui impersonava lo sceriffo Doc Holliday, che sconsiglia l’amico Wyatt di reagire alle provocazioni e ai delitti di Ringo, finché scocca l’ora della verità. L’ora della verità è la più famosa, epica, emozionante, credibile sparatoria western della storia del cinema e dura sullo schermo per undici minuti. La sparatoria avvenne davvero, il fatto è storico: accadde il 26 ottobre 1881, ma non nell’ampiezza agricola del Corral ma in una stradina adiacente e durò soltanto 27 secondi, durante i quali tutte le armi fecero fuoco e tutti i corpi caddero.