«Incentivi di tipo fiscale e contributivo, creazione di spazi di co-working, investimenti sull’offerta di servizi alle famiglie e infrastrutture digitali diffuse in grado di colmare il gap Nord/Sud e tra aree urbane e periferiche». Ecco la strategia di Luca Bianchi, direttore generale della Svimez, per promuovere il south working, fenomeno che ha visto il ritorno al Sud di 45mila giovani di origini meridionali ma impiegati nelle grandi aziende del Centro-Nord che, calcolando anche quelli in servizio nelle piccole e medie aziende, sfondano quota 100mila. Sono i primi risultati di un’indagine realizzata per la Svimez da Datamining su 150 grandi imprese, con oltre 250 addetti, che operano nei settori manifatturiero e dei servizi nelle diverse aree del Centro-Nord.

Attualmente sono circa due milioni gli occupati meridionali al Centro-Nord. Dall’indagine emerge che, considerando le aziende che hanno utilizzato lo smart working nei primi tre trimestri del 2020, o totalmente o comunque per oltre l’80% degli addetti, circa il 3% ha visto i propri dipendenti lavorare in south working. L’emigrazione dei ragazzi dal Sud è da sempre una ferita aperta per la Campania. Le persone che hanno lasciato il Sud sono state oltre due milioni nel periodo compreso tra il 2002 e il 2017, di cui oltre 132mila nel solo 2017. Tra queste ultime, più di 66mila sono giovani (50,4%, di cui il 33 laureati). Il ritorno dei meridionali al Sud è un fenomeno dalle dimensioni tutt’altro che piccole: la cifra dei 45mila lavoratori che rientrano equivale a 100 treni dell’Alta Velocità riempiti esclusivamente da quanti tornano dal Centro-Nord. Poter offrire ai lavoratori meridionali occupati al Centro-Nord la possibilità di lavorare dai rispettivi territori di origine potrebbe costituire un inedito strumento per la riattivazione di quei processi di accumulazione di capitale umano da troppi anni bloccati per il Mezzogiorno e per le aree periferiche del Paese.

Occorre concentrare gli interventi sull’obiettivo di riportare al Sud giovani (25-34enni) laureati meridionali occupati al Centro-Nord. Utilizzando i dati Istat sulla forza lavoro e quelli relativi all’indagine sull’inserimento professionali dei laureati italiani, si è stimato che la platea di giovani potenzialmente interessati ammonterebbe a circa 60mila giovani laureati. La ricerca Svimez ha analizzato anche i vantaggi che imprese e lavoratori hanno riscontrato nella sperimentazione di esperienze di south working e le strategie per agevolarlo. La maggior parte delle aziende intervistate ritiene che i vantaggi principali del south working siano la maggiore flessibilità negli orari di lavoro (40,4%) e la riduzione dei costi fissi delle sedi fisiche (38,4%), ma anche una maggiore motivazione da parte dei dipendenti (28,7%).

I vantaggi ci sono e sono riconosciuti anche dalle aziende che però chiedono vengano adottati dei provvedimenti che le tutelino: incentivi di tipo fiscale o contributivo per le imprese del Centro-Nord che attivano south working, riduzione dei contributi (lo richiede il 46% delle aziende), credito di imposta una tantum per postazioni attivate (34%), estendere la diminuzione dell’Irap al Sud a chi utilizza lavoratori in south working in percentuale sulle postazioni attivate (25%), creazione di aree di coworking (17%), promossi dalle pubbliche amministrazioni, prossime alle infrastrutture di trasporto quali stazioni e aeroporti in cui sia possibile la condivisione di spazi per sviluppare relazioni, creatività e ridurre i costi fissi e ambientali.

Il capitolo del Rapporto Svimez è stato realizzato in collaborazione con l’associazione South Working – Lavorare dal Sud. In base ai dati l’85,3% degli intervistati andrebbe o tornerebbe a vivere al Sud. Ma cosa chiedono i lavoratori? L’80% vorrebbe un miglioramento dei servizi sanitari, il 75 una riorganizzazione e il corretto funzionamento dei trasporti pubblici, il 72 servizi per la famiglia (asili nido e assistenza agli anziani) più efficienti, il 70 più opportunità di fare carriera e il 67 un sistema scolastico più solido. Quasi tutti prenderebbero un treno per tornare a casa, ma vorrebbero vivere in un luogo che possa offrire loro la stessa qualità della vita offerta dalle regioni del Nord. Recuperare i talenti andati altrove e sviluppo del territorio: un treno che il Sud non può perdere.