Il fantomatico piano Marshall per il Sud – quello atteso, agognato, invocato un giorno sì e l’altro pure da anni – si chiama Recovery Fund. O meglio: potrebbe chiamarsi Recovery Fund. Perché si tratta di «una grande occasione – dice al Riformista Luca Bianchi, direttore della Svimez (Associazione per lo sviluppo dell’industria del Mezzogiorno) – per il sud che negli ultimi anni ha sofferto le politiche di austerity e di risanamento imposte da Bruxelles. Adesso però tocca saperla cogliere quest’opportunità». La partita, insomma, è ancora tutta aperta. «I politici del Sud possono sedersi a testa alta: loro sono quelli che hanno contribuito di più» al fondo, ha scritto il Mattino. È stato infatti il Mezzogiorno – per via dei sui parametri abbondantemente sotto la media europea di reddito pro capite (19.100 euro) e di disoccupazione (18,9%) – a portare in dote 135 miliardi sui totali 209 del fondo. Il ministro per il Sud Giuseppe Provenzano pensa a un abbattimento di contributi previdenziali a carico delle imprese del 30% e a rilocalizzazioni delle imprese dall’estero verso il Sud. È «la prima crisi in cui il Mezzogiorno non ha perso nessuna delle risorse a esso destinate», ha detto.

Direttore, è d’accordo con il ministro?
«Rispetto alla crisi del 2008, durante la quale ci fu un trasferimento importante di risorse dal sud al nord, le politiche di assistenza sono state garantite in tutto il Paese senza perdite per il Mezzogiorno. Sulla parte assistenziale ci siamo difesi, ma tutta la partita sulla partecipazione al processo di ricrescita resta aperta».

Come giocare questa partita?
«Dipenderà tutto dalla capacità di avere proposte: poche, chiare, forti; sempre nell’ottica di un disegno unitario che consenta di identificare le priorità sulle quali concentrare le azioni. Dipenderà quindi dallo stesso sud e dalla sua capacità di presentarsi come parte della soluzione».

Da dove ripartire?
«Il tema principale è il riequilibrio del diritto di cittadinanza, la riqualificazione del sistema pubblico di erogazione dei servizi essenziali: sanità e istruzione in primis, la mobilità con investimenti specifici per garantire l’Alta Velocità al sud. E poi la digitalizzazione e il Green New Deal. Per quello che riguarda il primo abbiamo da colmare un gap soprattutto nel settore privato; sono necessari investimenti nella banda larga e nei sistemi di incentivazione orizzontale delle imprese. Sulla transizione ecologica si deve pensare al Mezzogiorno come a un’area sulla quale investire: penso all’Ilva».

Quali gli errori da evitare?
«È sbagliato l’approccio tipico, quello della spartizione territoriale delle risorse ex ante, a prescindere dai progetti: la ripartizione va fatta per obiettivi e non per territorio. Più che destinare soldi tanto per far spendere le amministrazioni locali vanno identificate le priorità compatibili che possano rappresentare un’opportunità concreta».

Regioni o Comuni, chi dovrebbe gestire le risorse?
«Penso piuttosto a una regia forte a livello nazionale. E quindi a una riqualificazione delle tecnostrutture a supporto fortemente indebolite negli ultimi anni: garantirebbero maggiore competenza in progettualità e controllo. È un problema politico ma anche di competenze, che lo Stato ha perso in virtù di una logica spartitoria e territoriale. È fondamentale che gli interventi e le modalità di attuazione siano omogenei. Quindi utilizziamo il vincolo europeo, evitiamo eccessi di fantasia nell’inventare obiettivi e strumenti che hanno solo alimentato una classe politica bulimica di risorse ma debole nella strategia. Restano ancora degli ostacoli esterni ma a preoccuparmi sono soprattutto i nemici interni, nel Mezzogiorno: più ci difendiamo da quelli più siamo forti sul piano nazionale.».

Come far ripartire, invece, le aree interne?
«La questione è rilevante, ma rischia di diventare più che altro un tema da convegno, dalle tinte naif. Non può essere Milano l’unico modello di crescita ma è sbagliato ragionare per categorie: aree urbane contro aree interne. Il punto resta il solito: va messa in atto una riconnessione dei centri di media agglomerazione che possa incentivare lo sviluppo territoriale; è possibile costruire delle aree satellite, di aggregazione, collegate. In fondo gli esempi del Nord hanno funzionato perché oltre le aree urbane si sono rafforzati i medi centri».