Lo scudo penale ritirato dal governo ad Arcelor Mittal è stato utilizzato dalla multinazionale franco-indiana dell’acciaio come pretesto per il recesso, dovuto in realtà alla volontà di disimpegnarsi per la crisi d’impresa. Ne sono convinti i pm di Milano che oggi hanno depositato un proprio atto di intervento nella causa civile che vede schierata l’ex Ilva, con i commissari del polo siderurgico di Taranto, contro la società.

SOLDI ESAURITI E ORDINI CESSATI – In appoggio alla tesi della procura ci sono delle dichiarazioni fornite in un verbale da un dirigente della stessa Ilva, sentito come testimone dai pm di Milano lo scorso 19 novembre. In un passaggio è riportato che il dirigente ha rivelato che “in più riunioni tenute da settembre ad oggi sia il precedente amministratore delegato Mathieu Jehl, sia il nuovo amministratore delegato Lucia Morselli, hanno dichiarato che la società aveva esaurito la finanza dedicata all’operazione”. Sempre il dirigente Ilva ha affermato che l’ad di Arcelor Mittal in un incontro avvenuto “ai primi di novembre” aveva “dichiarato ufficialmente ai dirigenti e ai quadri” che erano stati fermati “gli ordini, cessando di vendere ai clienti”.

L’AFFITTO NON PAGATO – Sempre in uno stralcio del verbale riportato nell’atto con cui la procura interviene nella causa civile ci sono ulteriori dichiarazioni rese ai magistrati che spiegano i problemi economici del gruppo franco-indiano: “Il canone di affitto di ramo d’azienda è trimestrale anticipato per ratei di 45 milioni di euro – ha spiegato ai pm il dirigente Ilva – L’ultima scadenza del 5 novembre non è stata onorata e stiamo quindi iniziando il processo di escussione della garanzia”.

I COSTI DELLE MATERIE PRIME – Un problema per i vertici di Arcelor Mittal erano le materie prime. Il testimone di Ilva ha raccontato ai pm che “nella prima riunione di febbraio del 2019, i manager esteri sostenevano che per l’attuale ‘marcia degli impianti’ (vale a dire la produzione di 6 milioni di tonnellate di acciaio), la qualità delle materie prime fosse troppo alta e occorresse utilizzarne di qualità inferiore per abbatterne i costi”. Il dirigente ha spiegato inoltre che “i manager stranieri furono molto critici sulla gestione, in quanto ritenevano che i costi industriali fissi (manodopera, manutenzione) e variabili (materie prime) fossero molto alti. Le critiche erano indirizzate soprattutto all’ad Jehl e alla direzione dello stabilimento di Taranto (retto da Van Campe), entrambi uomini Arcelor Mittal'”.

LE PREVISIONI DI PERDITA – I magistrati milanesi hanno sentito anche il direttore Finance di Arcelor Mittal, Steve Wampach. Nel verbale riportato nell’atto della procura il dirigente attacca i fornitori esterni, che da giorni accusano la multinazionale, spiegando che l’azienda “sta pagando, ma con ritardo. Ad oggi abbiamo circa 130 milioni bloccati, ma, tra gli altri, ci sono anche problemi nella regolarità della documentazione dei fornitori”. Il manager ha poi precisato ai pm che “la previsione” di perdita per il 2019 è di “circa 700 milioni”.