Gordon Sondland implica direttamente Donald Trump nelle pressioni fatte dagli Usa all’Ucraina, al centro dell’esplosiva procedura per l’impeachment. L’ambasciatore degli Stati Uniti all’Unione europea è una figura chiave nel caso, ora arrivato alle udienze pubbliche al Congresso per il sospetto che il presidente repubblicano abbia abusato del suo potere, di fatto ricattando Kiev per trarne vantaggi politici. Sondland non è il primo a sedersi davanti alla commissione Intelligence della Camera e a trovarsi i riflettori puntati addosso. Trump, a differenza che per altre audizioni, ha fatto sapere tramite la Casa Bianca che avrebbe assistito. La procedura per l’impeachment è stata lanciata dai Dem dopo la rivelazione di una telefonata del 25 luglio, in cui Trump avrebbe chiesto all’omologo ucraino Volodymyr Zelensky di indagare sull’ex vice presidente Joe Biden, favorito tra i Dem nella corsa alle presidenziali 2020. Il tycoon sostiene che la conversazione fu «perfetta» e denuncia un «tentativo di colpo di Stato». Ma l’opposizione va avanti, vuole sapere se l’abuso di potere sia avvenuto. Sondland ha dichiarato che il magnate aveva condizionato un suo incontro con Zelensky al lancio da parte di Kiev di un’indagine su Biden.

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Ha anche affermato di essere convinto che gli aiuti militari all’Ucraina, sospesi da parte degli Usa, dipendessero ugualmente dall’arrivo di un annuncio pubblico dell’avvio di quell’indagine. Ciò, nonostante abbia ammesso di non aver mai sentito Trump fare apertamente tale connessione. «Abbiamo seguito gli ordini del presidente», ha dichiarato il diplomatico, puntando il dito contro il tycoon. Ha anche garantito che è «su sua esplicita richiesta» che i diplomatici avevano accettato, nonostante la loro contrarietà, di lavorare con il suo avvocato personale, Rudolph Giuliani. Avvocato che avrebbe fatto pressione per le indagini su Biden e sulla compagnia energetica Burisma, che aveva nel cda Hunter Biden, il figlio dell’ex vice di Barack Obama. «C’è stato do ut des? La risposta è sì», ha detto Sondland al Congresso, ammettendo di averlo «spiegato» a funzionari ucraini dopo aver «dedotto» che fosse così, perché capirlo era semplice come «2 più 2 fa 4». Ed «era chiaro a tutti», ha insistito. Ma il diplomatico ha anche chiamato in causa altri alti esponenti politici, dal segretario di Stato Mike Pompeo al vice presidente Mike Pence. Ha detto infatti di aver parlato con loro della «logica deduzione» sul legame aiuti-indagini, senza che tentassero di dissuaderlo. Il team di Pence ha smentito che l’ambasciatore ne abbia mai parlato con lui. Sondland, imprenditore, è diventato ambasciatore dopo aver finanziato la campagna elettorale di Trump. Per i Dem è una figura fondamentale, perché è un testimone diretto. Il Gop lo vuole invece screditare parlando di testimonianze di seconda mano, dopo che lui ha più volte dovuto completare la prima deposizione a porte chiuse, chiamato in causa da altri testimoni. Il diplomatico ha restituito al mittente le critiche, affermando che la mancata collaborazione di Casa Bianca e dipartimento di Stato gli abbiano impedito l’accesso agli archivi. Trump ha cercato di prendere le distanze dal diplomatico: «Non lo conosco molto bene. Non gli ho mai parlato molto», ha detto dalla Casa Bianca. In ogni caso, se i Dem che controllano la Camera dovessero decidere di mettere in stato d’accusa il presidente, l’ultima parola spetterà al Senato a maggioranza repubblicana, e la destituzione sembra per ora del tutto improbabile.