Costruire un metodo stabile di reinserimento lavorativo
In Piemonte la prima Job Fair dedicata al lavoro per le persone detenute: il profilo di competenze sostituirà il curriculum
L’iniziativa, promossa da Nessuno Tocchi Caino e dal Movimento Italiano Diritti Detenuti, metterà in contatto aziende e persone ammesse al lavoro esterno o impegnate in percorsi alternativi alla detenzione
Creare un punto di incontro tra imprese, territorio e sistema penitenziario, offrendo concrete opportunità di lavoro alle persone detenute o sottoposte a misure penali esterne. È questo l’obiettivo della prima Job Fair organizzata da Nessuno Tocchi Caino e dal Movimento Italiano Diritti Detenuti, in programma nel mese di ottobre in Piemonte. L’iniziativa coinvolgerà aziende del territorio piemontese e persone in esecuzione penale provenienti dalla provincia di Torino. Parteciperanno all’iniziativa sia persone attualmente detenute, ma ammesse a misure che consentono l’accesso al lavoro esterno, sia persone già inserite in percorsi alternativi alla detenzione, come l’affidamento in prova e la semilibertà.
La Job Fair si colloca in un momento di crescente attenzione verso i diritti delle persone detenute e nasce a partire da un dato, ad un tempo, emblematico e intollerabile: in Italia circa il 70 per cento delle persone che terminano un periodo di detenzione torna a delinquere entro pochi anni.
Un numero che non può – e non deve – essere letto come il risultato dell’azione della sola volontà individuale, ma anche come l’effetto di un vuoto (sociale e istituzionale) che spesso comincia a formarsi già durante la detenzione e che si concretizza pienamente una volta varcati e lasciati alle spalle i cancelli degli istituti penitenziari. È il vuoto lasciato dall’assenza di prospettive, di un lavoro, di una casa, di una rete sociale e, più in generale, di opportunità concrete di reinserimento nella comunità. Un vuoto che troppo spesso trasforma la libertà ritrovata in uno spazio troppo fragile, privo di punti di riferimento e di possibilità da cui ripartire. È proprio su questo vuoto che il progetto intende intervenire, partendo dal lavoro. Il lavoro, infatti, rappresenta uno dei principali spazi di riconoscimento, di riattivazione della responsabilità e di relazione con gli altri. Offrire una concreta opportunità professionale significa quindi contribuire a evitare che la fine della pena coincida con l’inizio di una nuova fase di esclusione e marginalità.
Uno degli elementi centrali e più innovativi dell’iniziativa sarà la stesura del cosiddetto “Profilo di Competenze”, uno strumento che il Movimento Italiano Diritti Detenuti e Nessuno Tocchi Caino stanno sviluppando come alternativa al curriculum tradizionale.
Il normale curriculum vitae, osservano i promotori, tende a mettere in evidenza i vuoti temporali legati al periodo di detenzione, con il rischio di penalizzare la persona già nella fase iniziale di un processo di selezione. Il nuovo profilo sarà invece costruito attraverso una conversazione guidata, finalizzata a far emergere esperienze, capacità, attitudini, disponibilità e aspirazioni professionali dei partecipanti. L’obiettivo è quello di restituire alle imprese un documento immediatamente comprensibile, che permetta ai responsabili delle risorse umane di valutare le competenze effettive del candidato senza concentrare l’attenzione esclusivamente sul suo percorso giudiziario. Prima degli incontri con le aziende, i partecipanti saranno inoltre accompagnati nella preparazione ai colloqui e nella definizione del proprio possibile ruolo professionale.
Il progetto non si limiterà alla selezione e alla preparazione dei candidati, ma interverrà anche sull’altro versante della relazione lavorativa, ovvero quello delle imprese. Le associazioni promotrici affiancheranno infatti le aziende interessate al progetto, fornendo loro gli strumenti necessari per orientarsi tra le agevolazioni fiscali e contributive previste dalla normativa per l’inserimento lavorativo delle persone detenute o in esecuzione penale esterna. L’accompagnamento comprenderà la verifica dei requisiti, il supporto nelle procedure amministrative e l’incontro tra le esigenze professionali delle imprese e le competenze delle persone coinvolte. Tutto questo sarà, inoltre, possibile grazie a un lavoro di sinergia con le amministrazioni penitenziarie. Alla messa a punto del progetto lavorano, per il Movimento Italiano Diritti Detenuti, la presidente Giulia Troncatti, il direttore strategico Andrea Noia e la responsabile dell’area lavoro Martina Piazza.
Per Nessuno Tocchi Caino partecipano la presidente Rita Bernardini, il segretario Sergio D’Elia e la tesoriera Elisabetta Zamparutti. A loro si affianca il nuovo ingresso nel direttivo di Alberto Genovese, attualmente in regime di semilibertà, che assume il ruolo di fundraiser e porta nell’associazione un impegno già sviluppato negli ultimi mesi in ambito sociale. Attraverso la Fondazione Laura e Alberto Genovese, ha infatti promosso iniziative rivolte alle persone impegnate in percorsi di cura e recupero legati alla tossicodipendenza e alle loro famiglie. «Con l’organizzazione della nostra prima Job Fair vogliamo avvicinare la società civile e il mondo delle imprese alla realtà penitenziaria, promuovendo il diritto al lavoro attraverso l’incontro tra domanda e offerta», ha spiegato Giulia Troncatti, fondatrice del Movimento Italiano Diritti Detenuti. Secondo Martina Piazza, responsabile dell’area lavoro del Movimento, gli istituti penitenziari non dovrebbero essere considerati realtà separate dal contesto nel quale si trovano. «Devono essere riconosciuti come parte della società e resi più permeabili», ha osservato. «Con la Job Fair e con l’ecosistema di accompagnamento al reinserimento che stiamo strutturando, proponiamo un modello concreto e sostenibile, capace di generare benefici reciproci per le persone e per le imprese».
Anche Nessuno Tocchi Caino sottolinea la necessità di rafforzare i rapporti tra istituti penitenziari, imprese e società civile. «Il carcere è, come ci ha insegnato Marco Pannella, una comunità e non una somma di parti contrapposte», hanno dichiarato Rita Bernardini, Sergio D’Elia ed Elisabetta Zamparutti. «Una comunità composta dalle persone detenute, dal personale dell’amministrazione penitenziaria, dai magistrati di sorveglianza, dagli operatori, dai volontari, dalle imprese e dalla società civile. È un mondo in cui il cambiamento nasce dalla qualità delle relazioni e dalla collaborazione tra tutte le sue componenti: occorre sostituire i rapporti di forza con la forza delle relazioni, e questa iniziativa va esattamente in tale direzione.
La Job Fair di ottobre sarà il primo banco di prova di un progetto più ampio. L’intenzione delle due organizzazioni è costruire un metodo stabile di reinserimento lavorativo, basato sulla valutazione delle competenze, sull’accompagnamento delle persone e sul coinvolgimento diretto delle imprese. Una volta consolidato, questo modello potrebbe essere replicato anche in altri territori, attraverso il coinvolgimento di istituzioni locali, amministrazione penitenziaria, associazioni e soggetti economici, garantendo un collante efficace tra la fine della detenzione e il reinserimento lavorativo e sociale delle persone ex detenute, a garanzia dei loro diritti e della democraticità dell’intero sistema giudiziario.
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