Sfuggono alle statistiche, eppure esistono. Restano nell’anonimato e nell’invisibilità per un cavillo o per una propria scelta, eppure le loro storie e le loro vite pesano nel fardello di una malagiustizia che ogni anno mette in carcere centinaia di innocenti.

Quindi, se i dati ufficiali, quelli che arrivano all’attenzione ministeriale, dicono che sono stati circa 30 mila le vittime di ingiusta detenzione negli ultimi trent’anni e che sono stati 101 solo a Napoli i casi nel 2020, ci sono dei dati reali che portano a ritenere questi dati non sufficienti a delineare un fenomeno che ha proporzioni ben più ampie. L’associazione Errorigiudiziari.com, che da venticinque anni si occupa di studiare dati e storie di vittime di malagiustizia, ha calcolato almeno 20 mila casi di ingiuste detenzioni non ufficiali negli ultimi anni. Come a dire che ogni anno gli innocenti finiti in carcere per errore sarebbero quasi il doppio dei dati ufficiali.

Spostando questo calcolo sulla realtà napoletana si potrebbe ipotizzare circa duecento innocenti ogni anno, vittime di errori, sviste o sbagliati convincimenti di investigatori, pubblici ministeri o giudici. Insomma un numero enorme, spia di un fenomeno che è tra i più gravi problemi della nostra giustizia. Ma come mai restano innocenti “invisibili”? I motivi sono vari: si va dal cavillo burocratico, che è l’insidia sempre dietro l’angolo quando ci si imbatte in procedure fortemente condizionate dalla burocrazia e da grovigli di leggi e commi, alla motivazione personale che viene meno. Con riferimento a quest’ultimo aspetto si pensi a una persona ingiustamente arrestata, ingiustamente tenuta in carcere per settimane, mesi o addirittura anni e che esce da questo incubo giudiziario dopo un’attesa durata molti anni (sappiamo tutti quanto durano i processi nel nostro Paese) e dopo aver speso tutti i propri risparmi e magari essersi anche indebitato per far fronte alle spese necessarie ad avere un avvocato difensore, a svolgere indagini difensive, a procurarsi atti e quant’altro.

Ebbene, a percorso giudiziario concluso con un’assoluzione che ne accerta lo status di innocente, questa persona potrebbe non avere la forza né morale né economica di intraprendere una nuova battaglia giudiziaria seppure finalizzata a rivendicare un diritto sacrosanto e vedersi riconosciuto un risarcimento per i danni subìti dall’errore di pubblici ministeri o giudici, o da testimonianza infondate a cui qualche investigatore ha creduto. E così si lascia perdere, finendo per non entrare mai nelle statistiche fatti di numeri e storie che dovrebbero servire non solo a far indignare i garantisti ma a far indignare tutta l’opinione pubblica e scrollare la politica dal sonno indifferente in cui è sopita da troppo tempo.

Per non parlare, poi, della motivazione che più frequentemente è alla base del rigetto delle richieste di risarcimento intentate da chi invece ad adire le vie legali contro lo Stato che lo ha messo in galera ingiustamente ci prova. E il motivo del no è spesso legato al fatto di essersi avvalsi della facoltà di non rispondere al momento dell’arresto, cioè di essersi avvalsi di un proprio legittimo diritto, e di non aver confessato ciò che non si poteva confessare essendo estranei ai fatti. Insomma, come se fosse una colpa dell’innocente quella di essere innocente.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).