Un po’ di tempo fa, papa Francesco, durante la messa a Santa Marta, ha sentito l’esigenza di pregare per tutti coloro che incappano nella malagiustizia e portano addosso ferite che difficilmente guariscono col passare del tempo: «Vorrei pregare per tutte le persone che soffrono una sentenza ingiusta per l’accanimento». È agli innocenti perseguitati e condannati che il papa ha dedicato la messa celebrata a Santa Marta: «In questi giorni di Quaresima abbiamo visto la persecuzione che ha subito Gesù e come i dottori della legge si sono accaniti contro di lui: è stato giudicato sotto accanimento, con accanimento, essendo innocente».

È vero, Gesù era innocente ma potremmo dire che se l’era cercata, sapeva bene che le sue azioni, le sue parole, le sue denunce contro il potere religioso e politico di allora avrebbero avuto conseguenze tragiche come la condanna a morte per crocifissione: una morte ignobile dopo una condanna “costruita a tavolino”. Sono passati 2mila anni, eppure ci ritroviamo a fare i conti con una giustizia dove sono tanti, troppi gli innocenti condannati, spesso senza aver compiuto nessuna azione tale da determinare un epilogo così tragico come giorni mesi o anni passati da innocente nelle “patrie galere”.

Non credo che si possa immaginare la sofferenza di chi, senza colpa, deve scontare un tempo di carcere. Gente che non sa darsi una spiegazione per quello che le è accaduto, che pensa continuamente alla famiglia agli amici e attende – spesso invano – che si faccia chiarezza. Sono centinaia le persone che ogni anno vengono risarcite dallo Stato per essere finite dietro alle sbarre da innocenti: a Napoli, nel 2020, sono state ben 101. Tante altre, però, dopo essere state scarcerate, rimangono così segnate da decidere di non avere niente a che fare con la giustizia e di non chiedere alcuna riparazione per l’ingiusta detenzione. In tutti e due i casi la giustizia ne esce sconfitta, sia perché non è certo con un risarcimento che si ripara un tempo di detenzione ingiusta sia perché la fiducia nell’istituzione ne rimane ferita a morte.

Sono tanti i casi che, durante il mio servizio in carcere, ho seguito e tanti sono i colloqui fatti di lacrime e disperazione. Molte volte non mi restava altro da fare che ascoltare e pregare. È vero, tanti detenuti si dichiarano innocenti per il reato che è loro contestato, ma dopo tanti anni s’impara a riconoscere quasi subito, già al primo colloquio, coloro che realmente stanno subendo un’ingiusta condanna, soprattutto quando certe confidenze vengono fatte in confessione. Lì ti rendi conto che davanti a te dovrebbero esserci altri a chiedere perdono.

Ricordo un caso emblematico, quello di un tale accusato di un reato ignobile come la pedofilia. A denunciarlo era stata la moglie e le vittime erano i due suoi figli, vittime di presunte molestie sessuali. Ricordo i colloqui fatti durante un anno di detenzione: in quelle conversazioni, fatte più di pianti che di parole, mi rendevo sempre più conto che quell’uomo non avrebbe potuto compiere atti così infamanti. Mi raccontava del suo amore per la famiglia e, anche quando aveva scoperto una relazione extraconiugale della moglie, aveva reagito perdonandola. Purtroppo quest’amore e questo perdono non erano bastati perché la moglie, pur di vivere la sua vita, lo aveva accusato di molestie sessuali ai danni dei figli. Non entro nei particolari, ma posso dire che, dopo il primo grado in cui era stato condannato, quell’uomo è stato assolto perché il fatto contestatogli non si era mai verificato. Ora sono trascorsi vari anni, so che lui si è separato dalla moglie, ma vede con regolarità i suoi figli e provvede alle loro esigenze perché, nel frattempo, ha ritrovato il lavoro che aveva perso a causa della sua odissea giudiziaria. L’ho incontrato in qualche circostanza e la sua ferita è sempre aperta e sanguinante.

Questo è un caso certamente dei più dolorosi perché, oltre la vergogna, coinvolge anche il rapporto con gli altri detenuti. Per questo in carcere c’è un reparto destinato ai sex offender dove ci si trova gomito a gomito con persone che hanno violentato e abusato e spesso soffrono di gravi disturbi psichici. Credo che un solo giorno in carcere da innocente con questa colpa sia un marchio indelebile che neppure mille assoluzioni possono cancellare. Ma chi paga per questi errori giudiziari? Quanta ipocrisia in un sistema di giustizia retributiva dove, quando è lo Stato a commettere il reato di “sequestro di persona” (questo è la carcerazione ingiusta), si pensa che tutto si possa risolvere con un risarcimento. L’ipocrisia sta nel fatto che quel risarcimento viene pagato dai proventi delle tasse dei cittadini, cioè di altri innocenti che, con il loro contributo, sopportano il peso gli sbagli commessi dai veri colpevoli.