Nella nuova giunta designata dal salvatore del Pd, Stefano Bonaccini, riconfermato presidente dell’Emilia Romagna, lo attendono tutti al varco. Perché per Mauro Felicori è un ritorno a casa: dopo che aveva lasciato il Comune di Bologna per andare a dirigere la Reggia di Caserta. E perché nei tre anni e rotti nel palazzo reale vanvitelliano (arrivò l’8 ottobre 2015, è andato via il 31 ottobre 2018) considerato il più bello del mondo, ha più che raddoppiato i visitatori, triplicato gli esercizi turistici, dando speranza a un territorio altrimenti devastato. Nonostante si sia scontrato anche con lobby di potere ed enclavi politiche smantellate senza indugi, creandosi numerosi nemici, che spesso poi non gli hanno dato tregua. Come accaduto nell’applicazione ferrea della legge sul suo pensionamento. La domanda in Emilia Romagna, dove entra in giunta anche la vicepresidente Elly Schlein che si occuperà del welfare e delle politiche per il clima, è se tutto ciò si ripeterà anche all’ombra della torre degli asinelli.

Direttore importerà in Emilia Romagna il modello meridionale applicato alla Reggia di Caserta?
Io ritengo che il modello applicato alla Reggia di Caserta e con maggiore o minore intensità utilizzato in tutti i musei statali coinvolti dalla riforma Franceschini sia molto importante per tutti i beni culturali italiani. Anche se l’Emilia Romagna non ha condizioni negative come quelle trovate alla Reggia di Caserta, quando ci sono arrivato. Certamente i beni culturali possono dare all’Emilia Romagna e all’Italia molto di più di quanto non diano ora. Prima di tutto in termini di diffusione della cultura. I musei non possono più essere depositi ma devono diventare luoghi di esperienze culturali. E se la cultura si diffonde c’è un miglioramento della società civile. Se i visitatori aumentano, aumentano le entrate e si possono fare assunzioni per migliorare la qualità del museo.

Cosa non va nelle politiche culturali e turistiche del Belpaese?
È stato costruito un ministero come se i beni culturali fossero solo un oggetto di conservazione e di studio, quindi solo per storici dell’arte e archeologici; mentre invece i beni culturali devono essere aziende culturali: cioè conservare, studiare, ma anche aumentare la cultura della nazione. Chi comanda al ministero dovrebbe pensare come un problema enorme il dato che la metà degli italiani non sono mai entrati in un museo. Sottovalutare tutte le altre funzioni oltre conservazione e studio ha fatto accartocciare il sistema. Da istituzione virtuosa è diventato una macchina che ha continuamente bisogno di iniezioni di denaro pubblico.

La riforma Franceschini che la portò alla direzione della Reggia di Caserta è completa? Funziona o serve cambiare ancora?
No, è una riforma a metà. Mi verrebbe da dire che anche se è a metà è stata una fortuna, perché è stata una rivoluzione. Manca la gestione del personale, perché è rimasto affidato al ministero. Se vediamo le performance delle fondazioni museali, che gestiscono il personale, vediamo che sono superiori ai già buoni risultati dei grandi musei statali. Gestire il personale non serve solo a combattere il parassitismo, ma anche ad assumere nuove risorse fondamentali. Con i guadagni che ho fatto alla Reggia avrei potuto assumere fino a 15 persone in più fin dal primo anno. Ma non ho potuto. Il secondo punto debole è che tutti i piccoli musei, quelli che non sono abbastanza grandi da essere autonomi, sono stati accorpati nei poli museali. I poli devono evolvere. I musei piccoli e medi dovrebbero essere adottati da quelli più grandi, come un grappolo d’uva, godere delle loro economie di scala, della forza comunicativa.

L’Autonomia differenziata dell’Emilia Romagna come si concilia con il no espresso dal Pd meridionale?
Non è un argomento che abbia studiato tecnicamente. Penso che una certa crescita delle autonomie è sempre positiva da ogni lato. Quindi tendo a essere favorevole alle autonomie rispetto al centralismo: vengo dalla grande tradizione municipalista. Non disprezzo affatto i benefici del centralismo, ma un limite è la reale performance del sistema statale italiano. È vero però che è sacrosanto che ogni sviluppo del sistema autonomista debba accompagnarsi con un pensiero nazionale sul Mezzogiorno, capace di non creare danni di alcun tipo al Sud. E penso che servirebbe un punto di vista meridionale sull’autonomia. Se non sbaglio anche De Luca disse: accettiamo la sfida.
Lei è scappato dalla Campania? Cosa rimane della sua esperienza tra Caserta e Ravello?
Non sono scappato, considero questi quattro anni meravigliosi sotto il profilo professionale. Non ho mai avuto tanta libertà e autonomia come alla Reggia di Caserta. È vero che ho incontrato tanti nemici e subito calunnie, ma ho trovato anche una ricchezza umana, un aiuto, una solidarietà che è stata davvero commovente. Quindi ho una gratitudine vera verso quella che considero la parte migliore e largamente maggioritaria sia politica oltre che personale. Si è conclusa l’esperienza della Reggia per via di una legge sbagliata sui pensionamenti: spero che qualcuno la corregga, non per me, ma per chi verrà in futuro.

Avrebbe fatto l’assessore alla Cultura in Campania?
Perché no.

Cosa c’è che non va nelle politiche culturali del Mezzogiorno?
In modo più pronunciato lo stesso problema che c’è in Emilia Romagna e in Italia. Occorre una rivoluzione manageriale. Bisogna trattare i beni culturali come se fossero un’azienda culturale, con un capo azienda manager o con due capi azienda: manager e archeologo, ad esempio; ma con l’obiettivo del fatturato: non lucrativo ma culturale. E poi i capi devono essere scelti sul mercato.

La Reggia di Caserta nei tre anni della sua direzione è risorta letteralmente. La sua esperienza però è finita anzitempo: avrebbe voluto continuare?
Io personalmente sarei stato lì vent’anni a lavorare. Ho fatto alcune cose buone ma ce ne sono tantissime ancora da fare.

Cosa c’era che non andava quando è arrivato e cosa è cambiato: cosa dovrebbe ancora cambiare?
Abbiamo cominciato a fare tutto, ma c’è ancora tutto da fare. La gestione è tutta da pensare a partire dalla sicurezza. C’è da fare tutto l’organigramma del personale: la vecchia pianta organica era insufficiente. Ho dovuto chiedere a un collega di buona volontà d’imparare a fare il bilancio. Bisogna che tutto il know how delle aziende, le tecnicalità, siano applicate ai musei, ma con obiettivi diversi, come il fatturato culturale. E poi ci sono da ripensare tutti i rapporti col territorio. L’idea della Reggia locomotiva del territorio non è partita, anzi ci sono stati, come nel caso della peschiera grande (il tentativo di assegnarla in comodato a una grande associazione sportiva di canottaggio, contrastato dal Consiglio comunale di Caserta, ndr), fenomeni di regressione. Ci sono anche ritardi culturali da recuperare nel territorio nella concezione di come lo sviluppo culturale debba avere una base aziendale.

Come può accadere che si raddoppiano i visitatori, triplicano gli esercizi turistici e finisce tutto con un voto unanime del Consiglio comunale di Caserta che dice no a una idea di utilizzo sportivo e turistico della peschiera grande?
Non devo essere io a commentare.