È un libro intenso, sentito. Calato nel mondo degli indifesi, quelli dei senza voce e senza diritti. Quel mondo dell’esclusione che padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, sede italiana del Servizio dei Gesuiti per i rifugiati, conosce dal di dentro come pochi altri. Da questa esperienza e dalle profonde riflessioni che ne conseguono, nasce La trappola del virus. Diritti, emarginazione e migranti ai tempi della pandemia (Edizioni terra santa) scritto assieme a Chiara Tintori, da oggi nelle librerie. In tempi di Covid, ci sono diventati familiari termini sanitari. Il libro, scrivono gli autori ha «l’umile ambizione di essere una sorta di vaccino alla globalizzazione dell’indifferenza, un virus di cui siamo affetti tutti». Il Riformista ne ha discusso con padre Ripamonti.

Padre Ripamonti, lei scrive: «“Siamo tutti sulla stessa barca”. Lo abbiamo ascoltato da papa Francesco nel pieno silenzio della pandemia. E poi ce lo siamo ripetuti mille altre volte: o ci salviamo tutti insieme, o periamo tutti insieme. Ma la percezione della comune sorte, in quanto esseri umani, si è ben presto infranta contro la scottante realtà. Il coronavirus non ci ha trovato tutti uguali e non ci ha resi tali. Per le persone che vivono ai margini, per gli invisibili, la pandemia è stata una vera e propria trappola». Cosa connota questa trappola e come uscirne?
Vede, noi non ci siamo trovati nella pandemia con i problemi così nuovi. In particolare per le persone ai margini, nel caso specifico per i richiedenti asilo, c’è stata una preparazione remota di questa situazione che è poi è stata aggravata dall’arrivo del virus. La situazione di emarginazione e di esclusione di queste persone, con una parola che è cara a papa Francesco, quella della “cultura dello scarto”, è stata un costruita nel corso degli anni soprattutto nei riguardi del migrante che è diventato il terrorista, la persona che arriva e non si inserisce, quindi l’emarginato nei nostri contesti. Il coronavirus non ha fatto altro che aggravare ulteriormente la situazione di precarietà, nella quale diritti fondamentali erano già negati a queste persone. E alla fine queste si sono trovate in trappola, perché, lo diciamo nel libro, un conto è la sospensione di diritti che tu hai, come è il caso di un cittadino italiano, ma quando questi diritti non ti vengono riconosciuti non si tratta di una sospensione temporanea, ma di qualcosa di molto più grave. Il virus che ti ha trovato senza questi diritti si è un po’ accanito. Quando imperversava lo slogan #iorestoacasa, come se la sono cavata quelle persone che la casa non ce l’hanno? Coloro che abbiamo deciso di considerare marginali alle nostre vite, come stanno affrontando l’emergenza sociosanitaria? Chi un’abitazione non ce l’ha, dove può fare, ad esempio, l’isolamento fiduciario? Se ti viene negato il diritto alla salute, nel momento in cui arriva il virus e tu ti infetti, non hai la possibilità di seguire tutte quelle procedure che sono comuni invece per un cittadino a cui il diritto alla salute viene garantito. La trappola è legata al fatto che l’esclusione era già stata costruita preventivamente, anche con tutti i decreti sicurezza, con l’idea di associare l’immigrazione alla sicurezza con un cammino culturale che ha creato questo stereotipo.

Nel libro citate un’altra affermazione importante di papa Francesco, quando parla di “globalizzazione dell’indifferenza”.
La citiamo all’inizio, ricordando il suo viaggio a Lampedusa, il suo primo viaggio come pontefice. Era l’8 luglio 2013. Papa Francesco scelse di andare in un’isola che è al confine dell’Europa, per riportare al centro dell’attenzione le periferie. Lui era andato per celebrare una messa di suffragio per le vittime del mare. A Lampedusa Francesco usa per la prima volta l’espressione “globalizzazione dell’indifferenza”, scuotendo l’Italia, l’Europa e il mondo intero. Afferma che non ci fermiamo più neppure a piangere le vittime. Siamo complici di apatia, abbiamo reso la questione migratoria un problema di sicurezza. Ma la pandemia ci ha brutalmente mostrato che i diritti, sono diritti dell’uomo e noi piano piano li abbiamo fatti diventare privilegi, mistificando il concetto di cittadinanza, brandito per escludere e non per includere in una comunità plurale. Nel libro facciamo anche riferimento al pontefice precedente, quando papa Benedetto parla di un mondo, quello della globalizzazione, che ci rende vicini ma non ci rende fratelli. Il passaggio è proprio questo: il cambio culturale di trasformare un mondo di persone che sono individualità vicine in un mondo invece di fratelli in cui la solidarietà l’uno con l’altro è all’ordine del giorno. La pandemia ha riportato alla ribalta alcune barbarie culturali che negli ultimi anni sono andate dilagando: l’idea che gli immigrati portino le malattie e il concetto di razza, che sappiamo essere scientificamente inesistente. E questo è molto più di un campanello d’allarme.

Un radicale cambiamento di mentalità. Sembra essere questo il filo conduttore del libro. Uno scatto da una cultura della solidarietà a una cultura, e una pratica, dell’inclusione.
Sì, perché si assume la consapevolezza che si costruisce una comunità per tutti, in cui non c’è chi arriva e s’inserisce in un cammino già prestabilito, ma è un cammino che si deve fare insieme, che si arricchisce della diversità di ciascuno. E quindi l’importanza di costruire una comunità solidale fatta attraverso la partecipazione di tutti. Non è semplicemente farsi carico dei bisogni di qualcun altro. Non c’è accoglienza senza integrazione, ma quest’ultima non può essere monodirezionale, se no si trasforma in una forma di neocolonialismo. L’integrazione è: io faccio un passo verso di te come autoctono e tu, che sei arrivato, fai un passo verso di me. Il risultato finale sarà qualcosa di diverso sia da quello che era all’inizio per me sia per te perché è il risultato di una collaborazione tra due persone alla pari, che collaborano alla costruzione di una comunità che sarà diversa da entrambi i punti di partenza. Sarà qualcosa di originale. È questa la sfida a cui la pandemia ci mette di fronte. Nel libro c’è un passaggio importante, di vita vissuta, nel quale scriviamo che durante il lockdown forse per la prima volta, nella mia esperienza alla mensa Centro Astalli, dove storicamente aiutiamo rifugiati e richiedenti asilo, ho visto in fila italiani, rifugiati, migranti – tutti accomunati dall’essere ai margini, dall’essere gli ultimi – che avevano fame. Accompagnare gli invisibili, di cui non ci accorgiamo solitamente ma che la situazione di emergenza ha fatto venire a galla, ha messo il dito nella piaga del nostro stile di vita rispetto al Pianeta che non può andare avanti così, perché fa troppe vittime, al di là dei morti per il Covid: sono le vittime delle diseguaglianze. Come scriviamo nel libro, liberarsi dalla trappola del virus è sollevare lo sguardo impaurito e guardare oltre se stessi incontrando così il volto del povero, riconoscendo in lui tratti famigliari. Liberarsi dalla trappola del virus è rammendare relazioni sfilacciate, è recuperare quella fiducia reciproca che sola può alimentare l’amicizia sociale.

Non la voglio trascinare nella bagarre politica, ma oggi tutti, finanche Matteo Salvini, si professano “europeisti”. Partendo dalla vostra esperienza, cosa dovrebbe essere l’Europa?
Deve essere l’Europa di tutti i cittadini che si assumano la loro parte di responsabilità. Quella a cui abbiamo assistito negli ultimi anni, è un insieme di Stati che si difendono da un nemico che viene dall’esterno. Noi crediamo sia giunto il momento invece di una proposta attiva e partecipativa dell’Europa, in cui la solidarietà non sia, appunto, escludere qualcuno fuori dai confini, ma prendersi carico del futuro che è un futuro di tutti, in cui l’Europa deve fare il suo, partendo dalle politiche estere, dagli investimenti internazionali, assumendosi, come unità fatta di Stati che solidarizzano tra di loro, la propria parte di responsabilità.

Nel libro, lei e Chiara Tentori insistete sulla necessità di dotarsi di un sguardo sul futuro. Ed è un invito rivolto anche alla classe politica. Voi fate riferimento a una democrazia matura. Quale?
Quella dove i diritti di tutti, a cominciare dai più poveri, sono protetti e garantiti. Lì c’è una democrazia matura.