Caro presidente Berlusconi, il centrodestra è di nuovo spaccato e in subbuglio per la faccenda del Mes – l’anello di congiunzione fra il mondo liberale europeo e Forza Italia – sul quale per ora ha vinto Matteo Salvini e con lui i suoi ex alleati del precedente Governo gialloverde. La intervistai per la prima volta trent’anni fa e lei era ancora soltanto un grande imprenditore delle televisioni e mi accolse festosamente – come fa sempre con tutti i giornalisti – ad Arcore. Fu molto divertente e lei particolarmente geniale, contrariamente alla vulgata. Io, da vecchio cronista, conoscevo un po’ il gioco della politica italiana che, come tutte le politiche di ogni Paese del mondo, è un fritto misto di ideologia, necessità, compromesso, ipocrisia, intransigenza e duttilità. In politica è non solo lecito ma persino doveroso, quando le circostanze lo richiedono, cambiare idea, cambiare alleati, cambiare politica.

Il vecchio segretario socialista Pietro Nenni (che era stato persino in galera con il sovversivo socialista Benito Mussolini) tornò dall’esilio trascorso in Francia durante il fascismo, introducendo in Italia un’espressione onesta: “La politique d’abord”. E cioè: la politica viene prima di tutto. Prima delle questioni amministrative, dei puntigli filosofici e delle schizzinosità degli intransigenti i quali spesso sono anche i più sdrucciolevoli opportunisti. E cioè: proprio la politica politicante, la politica delle riunioni segrete o indiscrete, la politica delle correnti, dei ribaltoni, delle alleanze e delle secessioni. Quello è il bello della politica.

Lei ha usato spesso una formula molto azzeccata anche se apparentemente dispregiativa per dire esattamente la stessa cosa: “il teatrino della politica”. Il teatrino della politica è la politique d’abord di chi sa stare in politica. Rino Formica l’aveva definita “sangue e merda” e non mancano espressioni sia colorite che drammatiche per rappresentare sia la tragedia che la commedia della politica. Lei tutto questo lo sapeva già bene quando da imprenditore aveva dovuto giocare a dadi con tutti quelli con cui doveva e sapeva trattare e che erano in politica.

Non sto allungando la broda: voglio solo dire che tutti i compromessi, le mediazioni, le soluzioni sono accettate e accettabili nel momento in cui si propongono. Nessun moralismo d’accatto. Ma sembra altrettanto chiaro ciò che tutti hanno notato durante questa partita: lei per molto tempo è stato tenuto con la testa sott’acqua dall’attuale segretario della Lega durante il periodo in cui i numeri lo consentivano e poi lei, Berlusconi, ha dato segnali di riscossa, di distinzione ma senza rottura.

Insomma, l’armamentario per sciare di notte lungo la linea d’ombra e confine fra alleati che devono stare insieme ma che in fondo al cuore sono radicalmente incompatibili. Mia madre più di mezzo secolo fa preparò per il cenone di Natale dei crostini con crema di funghi. Me la fece assaggiare e io dissi: “Scricchiola: c’è della sabbia in questi funghi”. Mia madre si disperò e per due ore filtrò quella crema, la integrò, aggiunse panna alla salsa, prima di decidersi a gettare tutto nella spazzatura. Lo stesso accadde – e lei lo ha recentemente ricordato – fra socialisti e comunisti negli anni Quaranta e Cinquanta.

Io ero socialista e ricordo bene: ci amavamo (poco) e ci odiavamo (molto) per una incompatibilità sugli elementi fondamentali che aveva già generato persecuzioni, prima di tornare compagni nei Fronti popolari. Ci sono fasi in politica in cui coniugarsi senza amore va bene e altre in cui dirsi addio è meglio, ma questo lo sappiamo tutti. Adesso sappiamo qual è il punto che vale la posta: il cosiddetto Mes per la sanità che tutti i liberali d’Europa gradiscono perché è gratis e di soccorso immediato (per il Recovery Fund campa cavallo), ma che sovranisti e populisti rifiutano per motivi più volte illustrati. E su questa questione del Mes che passa la linea grigia su cui la politique d’abord è costretta a sciare di notte con le fiaccole.

La cronologia dice che Salvini ha minacciato la rottura dell’alleanza se qualcuno (lei) avesse detto sì al Mes. E ha vinto questa mano, dopo aver perso la precedente. Il punto che ci preme è: la lancetta del carburante liberale segna rosso, e già da un bel po’ siamo in riserva. Ora, non c’è obbligo forzato di liberalismo in Italia, tuttavia lei quando scese in campo scelse di rappresentare proprio quel mondo, in via di estinzione. Infatti, le giovani generazioni non hanno ormai più un’idea di che cosa sia il primato della libertà della persona. Il Wwf non sembra aver voglia di intervenire.

Eppure, quel mondo – non meno della foca monaca – avrebbe bisogno del suo ecosistema minimo per sopravvivere. Avrebbe bisogno di leadership e di idee chiare e distinte rispetto sia al populismo che al sovranismo, cosa non facile proprio per la politique d’abord. Ma è anche una partita che si gioca per la vita e per la morte, perché per noi ultimi liberali tira un’aria pessima di massimalismo parolaio e di insopportabile conflitto di interessi con le libertà personali, sentendoci noi delle persone e non “cittadini” come piaceva a Robespierre. Riesumando il vecchio titolo di un magnifico film con Alberto Sordi e Nino Manfredi ci piacerebbe sapere se riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico scomparso, non in Africa come accadeva nel film ma nell’Italia delle libertà smarrite.

Vede? È incredibile quante banalità si affaccino chiedendo di essere citate, da sotto la panca la capra crepa al Tertium non datur, fino al rasoio di Occam e lo scacco del barbiere. Tutto fa brodo e tutto è già noto nella politique d’abord che impone il teatrino (nobile) della politica. Resta solo da decidere se e quando assisteremo al finale, perché ci sembra di essere molto vicini all’ultimo sipario, the last courtain di Frank Sinatra in My Way.

Giornalista e politico è stato vicedirettore de Il Giornale. Membro della Fondazione Italia Usa è stato senatore nella XIV e XV legislatura per Forza Italia e deputato nella XVI per Il Popolo della Libertà.