Il direttore del Riformista Piero Sansonetti, in un video editoriale torna sulla vicenda dell’intervista ad Alfredo Romeo censurata dal Fatto Quotidiano. Il direttore riassume la vicenda: Marco Lillo, vice direttore del Fatto Quotidiano chiede un’intervista ad Alfredo Romeo che è l’editore del Riformista e anche uno degli imputati nel processo Consip. Tema dell’intervista è il processo Consip. “Romeo risponde subito di sì perché non ha problemi a parlare e non ha mai nascosto niente – dice Sansonetti –  Però il Fatto è il Fatto, non è un giornale che gode di una grande fama di correttezza e oggettività. Quindi chiede domande scritte e risposte scritte. Le domande che vuoi tu, quello che vuoi, io rispondo a tutte. Arrivano domande lunghissime, 10 cartelle di domande, Romeo risponde con 15 cartelle di risposte, Lillo risponde che sono troppo lunghe e propone una versione più breve. Ci si mette d’accordo, tra domande e risposte in tutto sono 10 cartelle. Ma Lillo dice che non può pubblicarle perché non le condivide”.

“Ma si tratta di un’intervista, mica di un documento comune – continua il direttore del Riformista – Le interviste funzionano così: uno fa le domande e l’altro risponde. In genere le interviste più belle sono quelle dove c’è scontro, differenza di opinione. L’intervista si fa per conoscere l’opinione, l’opinione del giornalista va nell’editoriale. Così Lillo decide di censurare l’intervista”.

“La pubblichiamo noi del Riformista, raccontando la storia – dice Sansonetti – Lillo corre ai ripari, qualcuno deve avergli detto che ha fatto una figuraccia. Prova a trovare una soluzione e pubblica l’intervista online spiegando che su carta non si può perché si rischiano le querele e invece online si può. Con una nota in cui spiega perché non l’ha pubblicata veramente curiosa. Da una parte insiste nel dire che non condivide le risposte, dall’altra dice che le risposte sono false perché ipotizzano fatti diversi da quelli ipotizzati dall’accusa. Lui non parla di accusa ma di magistrati, per lui l’accusa non esiste. I magistrati sarebbero il Pubblico Ministero. Queste sono le sue tesi pubblicate sul Fatto online”.

https://video.ilriformista.it/intervista-censurata-a-romeo-la-figura-barbina-del-fatto-e-di-marco-lillo-pvUGqZD1TT

“Faccio un paio di osservazioni – continua il direttore nel video editoriale –  La prima e sull’idea di giornalismo. Questa idea che il giornalismo è una forma di assistenza alla magistratura, non è più considerata come attività intellettuale indipendente, ma di servizio alla magistratura. Si chiama giornalismo giudiziario e ormai dilaga perché nei giornali ha preso il comando, non a caso Marco Lillo è il vice direttore del Fatto. Poi non è che Travaglio sia differente, pensa quelle cose lì. Fine del giornalismo. La mia proposta è che si abolisca l’Ordine e che si confluisca nel CSM e di consegnare ai magistrati la direzione della nostra professione perché ormai è così”.

“L’altra cosa che mi colpisce  – continua nel video editoriale – è l’idea di processo, cioè al Fatto sono convinti che il processo consiste in questo: c’è l’accusa, il pubblico ministero che indaga se vuole, ha la verità in pugno, poi l’imputato può provare a chiedere scusa e avere una pena attenuata, oppure a trovare delle prove che smontino le accuse, non il contrario. Tutta la storia del Diritto è smantellata. L’idea non è quella che bisogna costruire un processo, cercare la verità e confrontare tesi diverse. C’è un magistrato che ha diritto di esprimere una sua congettura e quella è sicuramente la verità. Lillo parla delle ‘verità dell’accusa che sono indiscutibili e tu non mi stai portando le prove che sono false’. Questo non è vero perché Romeo nell’intervista porta le prove di interrogatori e intercettazioni. Ma a Lillo le prove non bastano. E comunque non ci vorrebbero, le prove le deve portare l’accusa nel diritto moderno. Ma loro sono ancorati a questa idea che si fa strada nella società italiana. Quelli che dicono che esiste uno Stato di Diritto vengono quasi considerati dei complici dei delinquenti che sicuramente sono dei delinquenti”.

“Poi – continua Sansonetti – Lillo si impunta su un fatto: su un bigliettino trovato a 300 metri dall’ufficio di Romeo, che l’accusa attribuisce a Romeo ma una perizia dichiara che la calligrafia non è la sua, nella quale c’è scritto ‘30mila euro mese T.’ Non è vero, euro non c’è scritto. Lillo, sebbene sostenga di essere il principale autore di questa inchiesta, più volte sostiene che l’ha fatta lui non i Pubblici Ministeri, ‘se era per loro l’inchiesta era già perduta’. Per questo lui ci tiene molto a questa inchiesta, perché la considera sua. Nella sua idea avrebbe fatto il salto di carriera e da gioranlista- vicepm sarebbe passato direttamente a pm o addirittura a Gip perché sarebbe stato lui a costringere il Gip Gaspare Sturzo a respingere la richiesta di archiviazione. Per Lillo sarebbe questo biglietto la prova che Romeo dava 30mila euro al mese a Tiziano Renzi. Anche se Tiziano Renzi dalle intercettazioni emerge che premeva per far vincere le gare d’appalto ad altri. Il biglietto poi è stato trovato dopo mesi dalla fine delle gare”.