Non si dovrà ripetere la mezza figuraccia avvenuta all’inizio del match contro il Galles, quando metà della squadra era in piedi e l’altra metà era inginocchiata in segno di solidarietà col movimento antirazzista Black Lives Matter.

La Nazionale italiana ha deciso: per gli ottavi di finale dell’Europeo, con la partita contro l’Austria in programma sabato sera alle 21, gli azzurri resteranno tutti in piedi, così come gli avversari austriaci. Alla Uefa, scrive il Corriere della Sera, non è arrivata in fatti alcuna richiesta in tal senso.

D’altra parte il responsabile della comunicazione della Nazionale, Paolo Corbi, dopo le polemiche nate per la scelta a metà degli azzurri contro il Galles aveva chiarito che “non inginocchiarsi non significa non combattere il razzismo”, mentre il presidente della Figc Gabriele Gravina aveva sottolineato che la Federazione “non impone nulla, noi lasceremo liberi i nostri ragazzi”, ribandendo anche che la Figc “pone in essere ogni attività contro ogni forma di razzismo”.

Tornando alla decisione presa dai calciatori per la partita di sabato, appare scontato che, in caso di auspicato proseguimento del torneo, si resterà su tale linea. Scelta condivisa anche da Carlo Ancelotti, allenatore del Real Madrid, che in una intervista a Il Giornale ha spiegato che “non è fondamentale inginocchiarsi per qualche secondo. Non si risolve la questione. Il tema vero è: educare le nuove generazione alla questione del razzismo che è ancora presente nelle nostre società”.

LA STORIA DEL GESTO – Il primo a mettersi in ginocchio fu Colin Kaepernick, giocatore di football americano, quarterback dei San Francisco 49ers. Era il 2016. Non si alzò durante l’inno statunitense e rimase con un ginocchio a terra: una protesta silenziosa contro le violenze nei confronti dei neri, in riferimento soprattutto a quelle perpetrata dalla polizia. Il gesto ebbe ampia risonanza, fu adottato da tanti altri atleti, non solo nel football, e divenne noto come “kneeling”, genuflessione.

La Federazione NFL decise però di multare le squadre i cui componenti non fossero rimasti in piedi durante l’inno. Per quel gesto simbolico i 49ers rescissero il contratto del quarterback, nessuno lo cartellinò, lui si ritrovò senza squadra, fu attaccato dall’allora Presidente USA Donald Trump. E citò in giudizio la NFL ipotizzando un accordo tra i proprietari dei team per escluderlo: si vocifera da allora di un risarcimento tra i 60 e gli 80 milioni di dollari per l’atleta. La NFL ha ammesso l’errore in tutta la gestione della vicenda solo nel giugno 2020. Kaepernick è diventato un simbolo della lotta al razzismo nello sport.

Romano di nascita ma trapiantato da sempre a Caserta, classe 1989. Appassionato di politica, sport e tecnologia