Allagamenti, frane, esondazioni, interruzioni di strade e viadotti che crollano. Da Nord a Sud, ormai, è un bollettino di guerra.

È davvero incredibile che un Paese avanzato come l’Italia, al settimo posto nella classifica dei Paesi più industrializzati del mondo, si ritrovi sistematicamente a rincorrere l’emergenza, incapace di predisporre una programmazione efficace della gestione del proprio territorio e delle proprie infrastrutture. Siamo un Paese sempre disunito a causa delle contrapposizioni interne – che prevalgono inesorabili sulla concretezza necessaria a gestire fenomeni complessi –  ma molto unito nell’abitudine a vivere in un perenne stato di emergenza, in convivenza con un remoto ma costante senso della tragedia incombente.

Purtroppo gli eventi che si sono succeduti nei decenni – dal terremoto dell’Irpinia di 39 anni fa al crollo del Ponte Morandi nel giugno 2019 – sembrano non averci insegnato nulla. Si paga un notevole tributo di vite umane, si contano i danni, si annunciano piani straordinari e, con un ingente spreco di risorse pubbliche per la gestione delle emergenze, si lascia finire tutto nel dimenticatoio. Perché puntuali si presentano nuove emergenze.

A fronte di fenomeni atmosferici che negli anni sono diventati sempre più imprevedibili e violenti, anche a causa dei cambiamenti climatici, i nostri territori sono sempre più esposti a rischio idrogeologico, con il 91% dei comuni e oltre 10 milioni di italiani esposti a un rischio elevato, ogni minuto della loro vita. Le mappature del rischio per provare a mettere in sicurezza il Paese ci sono, così come le risorse. Nel 2014 il governo Renzi, con il decreto Italia Sicura, stanziò 10 miliardi euro, nel 2017 il governo Gentiloni fece altrettanto con lo Sblocca Italia, nel 2018 il governo Conte I, con il Proteggi Italia, mise a bilancio 11 miliardi di euro e per  il 2020 altri 4 miliardi.

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Ma che fine hanno fatto tutte queste risorse, se è vero che sono stati spesi solo il 19% dei fondi? In quale degli infiniti rivoli burocratici e attendisti che dissanguano il Paese sono finiti? Si alternano i governi, cambiano i nomi dei decreti ma si continuano a rimandare gli interventi strutturali , anche quelli più urgenti, per mancanza di progetti esecutivi e per le maglie troppo strette della nostra architettura statale. Un cantiere su due è bloccato. E lo sport nazionale in tema di infrastrutture e territorio è diventato il rimpallo di responsabilità.

C’è un elenco di oltre 9mila opere considerate indispensabili da regioni e autorità locali per difendere i territori da frane e allagamenti. Di queste solo 650 sono immediatamente cantierabili mentre le altre 8mila non hanno ancora il progetto esecutivo.

Un cane che si morde la coda, perché se un’opera non ha il progetto non può naturalmente essere finanziata. Per non parlare dei tempi. In media, per la realizzazione di un’opera pubblica, secondo l’Agenzia per la coesione territoriale, trascorrono circa 12 anni per progetti fra i 50 e i 100 milioni di euro, che lievitano a oltre 15 anni e mezzo per opere il cui costo supera i 100 milioni. Inutile dire che negli ultimi anni i tempi di realizzazione, anziché accorciarsi, si sono ulteriormente allungati.

Tutto accelera in questi tempi di grande sviluppo tecnologico, ma per le opere infrastrutturali e di tutela del territorio in Italia l’orologio procede al contrario. È evidente che siamo di fronte a un’urgenza improcrastinabile. Occorre al più presto un piano condiviso con gli enti locali che guardi più a lungo raggio. Occorre lo sblocco immediato dei cantieri, che consentirebbe finalmente di fare investimenti, attivare l’economia e creare occupazione. Occorre una Costituente per la ripartenza economica del nostro Paese che si focalizzi, oltre che sui nodi ben conosciuti legati alla oppressione fiscale e burocratica, su due elementi fondamentali: lo sviluppo delle infrastrutture e la modernizzazione dei cicli ideativi e produttivi  grazie ad un utilizzo massiccio della tecnologia digitale. Questa Costituente dovrebbe elaborare un piano di riattivazione economica ambizioso e condiviso, che ogni governo, di qualsiasi colore politico, dovrà poi impegnarsi a portare avanti in spirito di continuità. Potrebbe essere un modo per recuperare la capacità di immaginare il futuro e di prendersi delle responsabilità di fronte alle prossime generazioni, senza dover temere di cadere sotto il loro peso.