E gli italiani all’estero? Dove sono, chi sono, come se la passano? Di sicuro, innanzitutto, aumentano. È quanto emergenze dal Rapporto sugli Italiani all’estero di Migrantes, la fondazione della Cei. All’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (Aire) si è passati dai 3,1 milioni del 2006 ai 5,5 milioni attuali. In 15 anni una crescita ininterrotta, del 76,6%; Argentina in testa, anche le donne in aumento, e il mito dei “cervelli in fuga” che tanto aveva caratterizzato la narrazione degli emigranti degli anni Zero che scricchiola e anzi va in pezzi.

IL DATO – Questi 5 milioni e mezzo di italiani, da dove sbucano? Si parte da tutta Italia. Non è un problema meridionale, anzi il divario è più tra aree interne e città che tra Nord e Sud. “Sono luoghi che si trovano al Sud e al Nord, ma che al Sud diventano doppia perdita: verso il Settentrione e verso l’estero. A svuotarsi sono i territori già provati da spopolamento, senilizzazione, eventi calamitosi o sfortunate congiunture economiche”, sottolinea il Rapporto.  “Un esempio – si legge nel dossier – valga su tutti: il 23 novembre 2020 cadrà il 40° anniversario del terremoto più catastrofico della storia repubblicana, quello che colpì Campania e Basilicata. Ancora oggi queste aree sono provate nelle loro zone interne da numerose partenze, ma contemporaneamente mantengono all’estero il grande valore di comunità numerose con tradizioni e peculiarità specifiche”. E infatti le Regioni dalle quali si parte di più e si resta a vivere all’estero sono le operose Lombardia e Veneto.

I NUMERI – Rispetto al 2006 la comunità di italiani all’estero si sta ringiovanendo grazie alle nascite all’estero (+ 150,1%) e alla nuova mobilità di nuclei familiari con minori al seguito (+84,3% della classe di età 0-18 anni) sia dai giovani e giovani adulti immediatamente e pienamente da inserire nel mercato del lavoro (+78,4% di aumento rispetto al 2006 nella classe 19-40 anni). Sono stati 131mila i cittadini che hanno lasciato l’Italia nel 2019 verso 186 destinazioni. Le nuove iscrizioni in quell’anno all’Aire sono state 257.812 (di cui il 50,8%per espatrio, il 35,5% per nascita, il 3,6% per acquisizione cittadinanza).

LE DESTINAZIONI – Il Paese più italiano di tutti è l’Argentina: 869.000 iscritti. Seguono la Germania (785.088), la Svizzera (633.955), il Brasile (477.952), la Francia (434.085), l’Inghilterra (359.995), gli Stati Uniti (283.350) e il Belgio (274.404). Comunità al di sotto delle 200mila unità si trovano in Spagna, Australia, Canada, Venezuela e Uruguay. E poi, dal Cile in giù, paesi al di sotto delle 62mila unità.

IL PROFILO – Il rapporto Migrantes smonta il mito, la narrazione, il racconto dei “cervelli in fuga”. C’è “un costante errore nella narrazione della mobilità recente raccontata come quasi esclusivamente composta da altamente qualificati occupati in nicchie di lavoro prestigiose e specialistiche quando, invece – si legge nel dossier – a crescere sempre più è la componente dei diplomati alla ricerca all’estero di lavori generici”. Dire che a partire sono soprattutto i “cervelli in fuga” è quindi sbagliato, un “errore”, anche bufala.

I dati Istat nel 2006 misuravano che il 68,4% dei residenti ufficialmente all’estero aveva un titolo di studio basso, come licenza media o elementare o nessun titolo. Il 31,6% era in possesso di un titolo medio-alto, come diploma, laurea o dottorato. Dal 2006 al 2018 si assiste alla crescita in formazione e scolarizzazione della popolazione italiana residente oltreconfine: nel 2018 il 29,4% è laureato o dottorato e il 29,5% è diplomato mentre il 41,5% è ancora in possesso di un titolo di studio basso o non ha titolo. A fronte, rispetto al 2006, dei possessori di titolo medio-alto che si sono spostati all’estero del 193,3%; i diplomati fanno registrare 100 punti decimali in più: 292,5%.

Redazione