“Volevo tenere la sua voce per ricordo perchè quello sarebbe stato l’ultimo giorno in cui l’avrei vista perché sua madre non voleva che ci vedessimo”. Mirko Genco nella sua confessione ha rivelato di aver registrato sul cellulare gli ultimi 53 minuti di vita di Juana Cecilia Loyza, la donna peruviana che ha ammesso di aver ucciso in un parco a Reggio Emilia. Juana aveva 34 anni, ed è l’ennesima vittima di violenza efferata per mano di un uomo che la amava.

Genco, accusato anche di aver violentato Juana, la perseguitava da mesi e, nonostante l’arresto e il divieto di avvicinamento degli scorsi mesi, oltre ai domiciliari scontati fino alla condanna, a inizio novembre, a 2 anni con pena sospesa, è riuscito ad agganciare di nuovo la sua ex venerdì sera 19 novembre. L’ha sorpresa in un locale del centro di Reggio Emilia poi dopo si è diretto con la donna verso l’abitazione di quest’ultima e, probabilmente in seguito all’ennesimo litigio, l’ha aggredita e uccisa a coltellate dopo aver tentato prima di strangolarla.

L’uomo ha confessato di essere il responsabile della morte di Juana e dalla registrazione, conclusa alle 3.05, ci sono riscontri al racconto fatto nella confessione. Genco l’ha registrata da quando l’ha raggiunta in un locale. Cinbquantatrè minuti prima che Juana morisse. A rendere tutto più paradossale è il fatto che Genco fosse figlio di una vittima di femminicidio. La mamma di Genco si chiamava Alessia Della Pia.

La donna fu uccisa all’età di 39 anni nel dicembre 2015 e del delitto fu accusato l’ex convivente Mohammed Jella, trentenne tunisino. La donna era stata prima picchiata nell’androne di casa a Parma, poi immersa nella vasca da bagno dell’appartamento dove viveva e infine riportata esanime nell’androne. Fu lo stesso Jella, all’epoca, ad avvisare il 118 per poi fuggire subito dopo. Fu arrestato nel 2017 nel Paese d’origine, la Tunisia, dopo una latitanza di un anno e mezzo.

“Mio nipote deve pagare. Mi metto nei panni di quella mamma, ci sono passata anch’io, so cosa vuol dire. Chiedo perdono”, ha detto la nonna di Genco, intervistata da Repubblica. “L’ammazzò di botte, brutalmente – racconta la nonna – Mirko non parlava mai di lei. Diceva solo che voleva andare in Tunisia e ammazzare l’uomo che aveva ucciso sua madre. ‘Prima o poi lo beccherò’, diceva”. Invece la vita è andata in un altro modo: “Mia figlia era la vittima. Ora mio nipote è il carnefice”.

Genco, 25enne, era stato arrestato due volte per stalking nei confronti di Juana, era stato condannato a due anni (pena sospesa) con l’impegno di frequentare un corso di rieducazione per uomini violenti. C’è andato una volta sola. “Nessun programma è mai stato predisposto e nessuna presa in carico del soggetto c’è mai stata”. Ha sottolineato nella richiesta di convalida del fermo di Mirko Genco, accusato dell’omicidio della ex Juana Cecilia Loayza, la pm della Procura di Reggio Emilia Maria Rita Pantani, in riferimento al percorso che l’indagato avrebbe dovuto seguire da quando era di nuovo libero in seguito al patteggiamento a due anni per stalking, con la condizionale subordinata alla rieducazione.

L’unico ‘contatto’ avuto con il responsabile di un centro a Parma, in cui avrebbe dovuto seguire il percorso, era stato il 16 novembre, quindi quattro giorni prima del delitto. Al primo, invece, fissato il giorno della revoca dei domiciliari, cioè il 4 novembre, non si era presentato.

Laureata in Filosofia, classe 1990, è appassionata di politica e tecnologia. È innamorata di Napoli di cui cerca di raccontare le mille sfaccettature, raccontando le storie delle persone, cercando di rimanere distante dagli stereotipi.