Politica
La Democrazia Cristiana non potrà risorgere, oggi manca un nemico comune
All’epoca, il PCI era il collante delle diverse anime della Democrazia Cristiana. Ora invece non c’è un vero avversario credibile contro cui compattarsi
Nel 2008, all’Università di Bologna, Umberto Eco tenne una lezione poi raccolta nel volume Costruire il nemico. La tesi era netta: le comunità si definiscono non per ciò che amano, ma per ciò che temono. Quando il nemico manca, occorre inventarlo. Una frase da appendere, come monito, nello studio di chiunque accarezzi l’idea di rifondare la Democrazia Cristiana. Ciclicamente, qualcuno ci prova. Le motivazioni sono nobili e prevedibili: esiste uno spazio politico al centro, gli elettori moderati cercano una casa, i valori cristiano-sociali meritano rappresentanza. L’assunto di fondo è semplice: un numero sufficiente di cittadini con princìpi affini può raccogliersi attorno a un nucleo di valori condivisi. Niente di più sbagliato.
La trappola è l’illusione che ciò che funziona con i piccoli gruppi possa valere anche per i grandi. Gli amici del calcetto, i genitori della stessa classe, i colleghi del terzo piano si tengono insieme per affinità. Georg Simmel lo osservò nel 1908: i piccoli gruppi mostrano solidarietà e coesione; i grandi gruppi tendono alla differenziazione interna. Oltre una certa soglia, il meccanismo si inverte. Carl Schmitt lo formulò con chiarezza brutale: la distinzione politica fondamentale non è tra bene e male, bello e brutto, utile e dannoso. È tra l’amico e il nemico. Un grande gruppo politico non si costituisce attorno a ciò che ama. Si compatta contro ciò che teme. È il nemico – reale o costruito – a trasformare un arcipelago di interessi divergenti in un blocco unitario.
La psicologia sociale lo ha verificato sul campo. Nel 1954, Muzafer Sherif condusse l’esperimento di Robbers Cave: ventidue ragazzini, divisi in due squadre, in un campo estivo dell’Oklahoma. La competizione contro l’altro gruppo cementò la coesione interna. Lewis Coser, ne Le funzioni del conflitto sociale, portò il ragionamento alle sue conseguenze: i gruppi possono cercare o inventare nemici pur di preservare l’unità interna. Senza minaccia esterna, le differenze – che ogni grande gruppo contiene per definizione – affiorano e lo disgregano.
La storia italiana lo illustra con prove disarmanti. La DC tenne insieme, per l’intera Prima Repubblica, un universo di contraddizioni: industriali e braccianti, liberisti e statalisti, conservatori e riformisti. Non li univa una visione del mondo. Li univa il pericolo comunista. Il PCI era il collante invisibile dello scudo crociato. Caduto il Muro, dissolto il nemico, Tangentopoli fece il resto: espose fratture che il pericolo rosso aveva tenuto sigillate per decenni. Il partito si dissolse. Non per caso. Per necessità strutturale. Lo stesso schema si riproduce regolarmente. Il Movimento 5 Stelle si aggregò contro la «casta». La prima Lega Nord contro «Roma ladrona». In ciascun caso, il nemico comune compattò ciò che altrimenti si sarebbe disgregato. Venuta meno la paura, emersero i distinguo. Le differenze – sempre presenti, sempre taciute – divennero insostenibili.
Chi sogna una nuova DC dovrebbe porsi una domanda preliminare, scomoda e necessaria: contro chi lo facciamo? Senza un nemico credibile, nessun grande partito di centro può esistere. Non per cinismo. Per struttura. Come scrisse Sartre in A porte chiuse, ci riconosciamo solo in presenza di un Altro. L’Altro che tiene insieme i grandi gruppi, però, non è quello che si abbraccia. È quello che si teme. Si dirà: basta trovare il nemico giusto. Ma quale? I populisti? Una fetta consistente di elettori moderati ha già votato populista almeno una volta. Non si dichiara guerra ai propri coscritti: è la lezione di Hillary Clinton e dei deplorables (se parli male di qualcuno, difficile che ti voti). L’Europa tecnocratica? Terreno dei sovranisti. L’immigrazione? Incompatibile con la dottrina sociale che dovrebbe fondare il progetto.
La corruzione? Bruciata dal M5S. Le guerre, le crisi internazionali? Il nemico che fonda un partito deve essere domestico. Il PCI sedeva in Parlamento. Il comunista era il tuo vicino di casa. Putin e Xi Jinping sono lontani. Le minacce esterne generano il rally ‘round the flag effect: ci si stringe attorno al governo in carica, non attorno a un partito nuovo. Dopo l’11 settembre, gli americani si unirono. Non nacque alcun partito. Si rafforzò il presidente. Restano «gli estremismi». Ma un nemico doppio e opposto non compatta: divide. Attaccando un estremo, si regalano voti all’altro (le persone preferiscono sempre l’originale!).
Ecco il paradosso terminale: il centro è l’unico spazio politico che, per definizione, non può costruirsi un nemico. C’è riuscito una volta sola. Difficilmente quella condizione si ripeterà. E senza nemici, non esiste un grande gruppo. Solo – tanta, tantissima – nostalgia. Purtroppo, nostalgia “senza” canaglia.
© Riproduzione riservata







