«Ho capito che non esiste la libertà. Esiste la ricerca della libertà e questa ricerca ci rende liberi». Era la frase che amava ripetere nei suoi tour nelle scuole, ai dibattiti, durante ogni sua testimonianza. Cosimo Rega, ex camorrista, ex detenuto, ex ergastolano e attore, era l’esempio di come il carcere debba servire a riabilitare chi ha commesso un reato, non a sottoporlo a una reclusione fine a sé stessa quando non diventa addirittura inumana e degradante. Cosimo Rega è morto il 30 agosto. Aveva 69 anni e un passato che racchiudeva in sé più di una vita.

«Ho studiato, ho scritto, ho tradotto in napoletano Shakespeare e recitato. Ho portato sulle tavole del palcoscenico Eduardo De Filippo, Danti e tanti altri ancora. Ho avuto la fortuna e l’onore di far parte del cast di “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani. Ero Cassio. L’arte, la cultura, l’amore dei miei, il dialogo con le istituzioni hanno completamente cambiato e schiarito i miei orizzonti. Ho la consapevolezza di cosa è il male, e di quello che ho inflitto», diceva. La sua storia ha colpito il magistrato Tullio Morello, attuale coordinatore del settore penale del Tribunale di Napoli. «Rega è morto da uomo libero e soprattutto rieducato. Una testimonianza (certamente rara) di quello che prevede la Costituzione sulla rieducazione dei condannati», commenta il giudice sulla sua pagina social. Al Riformista spiega: «Purtroppo il mondo del carcere interessa a pochi. Io l’ho conosciuto avendo iniziato la mia carriera da magistrato di Sorveglianza».

Funzione rieducativa della pena. «Quando lo Stato fa qualcosa in questa direzione i risultati ci sono – aggiunge Morello – Occorrono risorse per farlo e investimenti di tempo e di uomini». Originario di Angri, Rega trascorse l’ultimo periodo di reclusione nel carcere romano di Rebibbia e il teatro fu per lui la mappa verso il riscatto. «Non posso dimenticare – diceva di sé – di essere stato un camorrista. Oggi, guardandomi indietro, vorrei prendere quel ragazzo e dirgli di fermarsi ma non posso. E oggi è giusto che conviva con il rimorso delle mie azioni». Un rimorso trasformato in impegno, grazie a un percorso in carcere che è stato diverso da quello che viene invece riservato ai più. Un percorso di reale responsabilizzazione, di riscatto, di riabilitazione.

«La sua – dicono i referenti di Antigone è stata una grande storia di emancipazione dalla criminalità e dal carcere. Lui è l’esempio che la cultura, il teatro sono più forti della camorra. In suo nome lotteremo perché sia sempre garantita a tutti una chance di recupero sociale». Attualmente solo il 33,61% dei detenuti è impegnato in attività lavorative e per attività che ammontano a circa 85 giorni all’anno per ciascun detenuto. Anche studio e percorsi di formazione non riescono a coinvolgere tutta la popolazione detenuta ma soltanto una minima parte con il risultato che, per la maggior parte del giorno, i detenuti ciondolano tra i corridoi e le celle in un ozio forzato che alimenta depressioni e violenza.

Il numero di suicidi, in questi primi otto mesi dell’anno, è stato impressionantemente alto (57 casi) e se si considerano anche le centinaia di atti di autolesionismo sventati nelle carceri è chiaro che la vita dietro le sbarre è più un inferno che un luogo di rieducazione. E tutto questo, in barba alla Costituzione che invece invita a puntare sulla risocializzazione, attribuendo alla condanna un valore non vendicativo ed esclusivamente punitivo e immaginando (con una convinzione che il populismo giustizialista di questi ultimi decenni ha scardinato generando soltanto altra violenza e nuovi drammi) che un detenuto possa diventare altro rispetto a quello che era quando ha commesso il reato per il quale c’è stata la condanna. Risultato: abbiamo carceri ridotte a discariche sociali e celle piene di detenuti presunti innocenti e che ancora attendono un processo.

Napoletana, laureata in Economia e con un master in Marketing e Comunicazione, è giornalista professionista dal 2007. Per Il Riformista si occupa di giustizia ed economia. Esperta di cronaca nera e giudiziaria ha lavorato nella redazione del quotidiano Cronache di Napoli per poi collaborare con testate nazionali (Il Mattino, Il Sole 24 Ore) e agenzie di stampa (TMNews, Askanews).