L’area napoletana ha il più alto rischio vulcanico al mondo: tra Vesuvio, Campi Flegrei ed Ischia. “Il rischio è dato dal prodotto della pericolosità, cioè della probabilità di un evento catastrofico, in questo caso di un’eruzione vulcanica, moltiplicato il danno che può causare. Per comprendere l’entità del possibile danno, basti pensare che nell’area napoletana circa 3 milioni di persone vivono entro 20 km da una possibile bocca vulcanica”. Visti i grandi numeri delle persone esposte, Giuseppe De Natale, Dirigente di Ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, lancia una proposta di revisione dei piani di emergenza per le eruzioni vulcaniche in Campania: un’evacuazione programmata preventivamente, che potrebbe svolgersi progressivamente, anche prima di una possibile emergenza.

Il ricercatore ha redatto un puntuale documento sulla proposta di Piani di Emergenza per la mitigazione del rischio vulcanico nell’area Napoletana insieme a ricercatori e delegati di diversi Istituti del CNR (ICAR, IRISS), dell’ENEA, dell’Istituto SEMEION, Direttore Massimo Buscema, e di economisti dello SVIMEZ, con il Presidente Adriano Giannola e dell’Università Federico II rappresentata da Salvatore Villani. Fanno parte del gruppo di studio anche gli urbanisti Michelangelo Russo e Enrico Formato, del Dipartimento di Architettura dell’Università Federico II. “Le eruzioni, al contrario dei terremoti, si possono prevedere entro certi limiti – dice De Natale – Ma non ci sono dei metodi sicuri e precisi per predire un’eruzione. Dall’esperienza sappiamo che i vulcani ben monitorati come quelli italiani raramente eruttano senza dare segnali precursori abbastanza chiari. Ma questo non vuol dire che essi siano facilmente interpretabili. Il problema maggiore, più che il mancato allarme, è la probabilità di falso allarme”.

 

 

Questo significa che anche in presenza di fenomeni che lascerebbero ipotizzare un’eruzione imminente, c’è comunque un’alta probabilità che non succeda nulla. “Decidere un’evacuazione improvvisa di così tante persone – ha spiegato il ricercatore – sarebbe una grande responsabilità”. In nessuna altra parte del mondo vivono tante persone in una zona così pericolosa, e nessuna nazione deve fare i conti con la possibilità di un’evacuazione così numerosa e repentina. In questo senso l’Italia è all’avanguardia per lo studio di soluzioni e piani, come quello provato il 19 ottobre nei Campi Flegrei. “Secondo il piano attuale in caso di presunta eruzione – ha continuato De Natale – sono 600.000 le persone che dovrebbero lasciare i Campi Flegrei e 700.000 dalla zona rossa del Vesuvio. La responsabilità di tale scelta è grande anche per il danno economico che si produrrebbe interrompendo bruscamente le attività di tutte queste persone, pari a 1 punto percentuale del Pil della nazione, circa 20miliardi all’anno”.

La riflessione del team di ricercatori riguarda anche il fatto che le persone evacuate improvvisamente dovrebbero essere mantenute dallo Stato. “Costerebbe almeno una decina di miliardi – ha detto De Natale – Dunque il costo per ogni anno di un’evacuazione sarebbe di almeno trenta miliardi di euro”. Che di fatto metterebbe in ginocchio la nazione, e costituirebbe un grande problema anche per l’intera Comunità Europea. La proposta di modifica dei piani di emergenza prevede di programmare l’evacuazione con largo anticipo in modo che la popolazione possa avere già una destinazione, un possibile reimpiego lavorativo, i bambini possano andare a scuola e i servizi essere adeguati alla nuova richiesta. “Quello che bisognerebbe fare – continua De Natale – è una programmazione precisa di come queste persone, una volta evacuate, possano essere reinserite nel tessuto sociale e lavorativo; queste persone dovrebbero quindi essere incentivate a lasciare la zona rossa anche prima di un’eventuale emergenza”.

 

 

Si tratta di un progetto molto complesso su cui molti ricercatori stanno lavorando e che potrebbe diventare un’opportunità, coinvolgendo finanziamenti Europei specifici per creare una fitta rete di infrastrutture, economiche e di collegamento, tra le aree interne del Mezzogiorno e le zone a rischio vulcanico. Secondo il piano a cui stanno lavorando , diminuire la presenza di persone nella zona porterebbe a creare la stessa situazione che esiste in altre città in cui la popolazione vive lontano dal centro, che però è ben collegato da una fitta rete di trasporti e servizi. Come succede per esempio a Parigi. “L’alto rischio vulcanico in quest’area, che dipende principalmente da uno sviluppo eccessivo e caotico dell’edilizia residenziale – ha concluso De Natale – non deve farci dimenticare che l’area napoletana è sempre stata, da diversi millenni, tra le più attrattive e popolate del Mondo. Questo perché proprio la natura vulcanica del territorio le conferisce grandi vantaggi naturali. La gestione del rischio vulcanico, quindi, operata con intelligenza e lungimiranza, può diventare un importante fattore di sviluppo per quest’area e per il Mezzogiorno. Può rendere, in particolare, queste aree urbane, liberate da un eccessivo peso residenziale in favore di aree limitrofe ben collegata da un’opportuna rete di trasporti, meno caotiche e più razionali e resilienti. Restituendole ad una naturale vocazione turistica, culturale e di attività ad alto valore aggiunto compatibili con il territorio”.