La Campania è un territorio molto complesso da un punto di vista geologico ed il rischio è molto ampio. “Possiamo dire che non ci manca nulla, dal rischio sismico, vulcanico, idrogeologico e anche eventualmente gli tsunami”, ha detto Vincenzo Morra, Docente di Petrologia e Petrografia dell’Università Federico II di Napoli. Guardando la carta geologica subito balza all’occhio la particolare configurazione dei Campi Flegrei, la zona a più alto rischio, tutta puntellata di antichi coni vulcanici. “Negli ultimi 10.000 anni c’è stata un’attività intensa – ha detto Morra – continua nel tempo, con eruzioni anche di violenza inaudita. Basti pensare che durante l’eruzione di 39.000 anni fa le ceneri sono arrivate in Siberia. Altra grande eruzione napoletana è quella del tufo campano avvenuta 15.000 anni fa. Quest’attività è arrivata fino ai giorni nostri con l’eruzione di Monte Nuovo del 1538”.

Attualmente le eruzioni non avrebbero la stessa intensità di un tempo ma Vesuvio, Campi Flegrei e Ischia sono vulcani ancora attivi e costantemente monitorati. “In questo momento non ci sono indizi preoccupanti – ha spiegato il geologo – Il Vesuvio è un vulcano centrale, la sua attività si ripete sempre nello stesso posto, nel cratere sommitale. I Campi Flegrei invece sono più subdoli: se dovesse succedere un’eruzione non potremmo mai sapere dove. Questo complica anche la pianificazione del momento di un’emergenza”. Per Morra bisogna stare sereni perché il sistema di monitoraggio dei vulcani è tra i più all’avanguardia al mondo. I suoi colleghi dell’Osservatorio Vesuviano, una sezione dell’Istituto italiano di Geogfisica, lavorano continuamente sul territorio, anche in mare con sistemi di rilevamenti molto sofisticati.

Il 19 ottobre si è svolta una prova di evacuazione per il rischio vulcanico nei Campi Flegrei, ExeFlegrei 2019. La prova ha avuto buoni risultati soprattutto come simulazione per la Protezione Civile che in caso di allarme dovrebbe gestire la fuga dalla zona, un modo per capire come risponde la macchina organizzativa. Ma di cittadini, quelli a cui è destinato il piano, ce n’erano pochi. “C’è stata un’enorme partecipazione da parte delle istituzioni – ha raccontato Morra – È stata un’esperienza positiva, che consente di capire quali possono essere i problemi. Peccato per la scarsa attenzione dei cittadini. C’è sempre una certa latitanza da parte loro, un certo fatalismo. C’è poca fiducia rispetto a certi temi. La ricerca vuole dare delle risposte, però se non capisci che vivi, calpesti quotidianamente un vulcano attivo, se non hai questa percezione è difficile poi capire e meglio interpretare una esercitazione così importante. Bisognerebbe iniziare dalle scuole primarie a educare sin da bambini ai temi della geologia. Invece le discipline geologico-ambientali sono al palo”.

Per il professore non è solo la scuola a non dare il giusto valore ai temi della geologia e dell’ambiente. Anche lo Stato troppo spesso taglia i fondi alla ricerca. Come è avvenuto per il progetto Carg, una carta geologica italiana completa e aggiornata in scala 1:50.000, che è ormai ferma da quasi 20 anni. “L’Italia su questi temi è sempre molto indietro – ha continuato Morra – al contrario di altri paesi magari molto più poveri che hanno compreso che conoscere i suoli vuol dire sapere dove sono le risorse e quindi la ricchezza. Molte conoscenze ci sono, per esempio dei Marsili che ogni tanto tornano alla cronaca e quindi dei rischi associati a questo tipo di vulcani”.

La Società Geologica Italiana, di cui Morra è socio, da anni sta cercando di sensibilizzare il mondo della politica sull’importanza del perseguimento del progetto Carg, ma la loro voce rimane inascoltata. “Il discorso è sempre lo stesso: la ricerca in Italia è poco attenzionata, soprattutto per quanto riguarda la geologia”. Il professore ha raccontato delle mille difficoltà che incontrano i geologi per lo studio dei suoli, della strumentazione che rimane obsoleta per mancanza di fondi. Ma nonostante questo l’ambiente è molto fervente, i numeri di pubblicazioni sono elevate e le scoperte fatte sono numerose, sebbene con pochi mezzi a disposizione. “Persino il ricambio generazionale è difficile – ha concluso Morra – perché ci si scontra con un sistema che non percepisce che la ricerca scientifica è lo sviluppo di ogni nazione”.