Guerra e pace
La sfida tech tra regimi democratici e autoritari: l’analisi di Keith Krach
Keith Krach, fondatore del Krach Institute for Tech Diplomacy ed ex Sottosegretario di Stato nella prima amministrazione Trump, è convinto che la competizione che ridefinirà gli equilibri globali si svolga in silenzio, all’interno di reti, cloud e supply chain. Krach è stato tra i protagonisti dello “U.S.–Italy Trusted Tech Dialogue: Accelerating Transatlantic Innovation”, un evento organizzato il 28 aprile all’ambasciata italiana a Washington dall’ambasciatore Marco Peronaci e curato da Roberto Baldoni, già direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale e ora advisor per le nuove tecnologie.
«Siamo nel mezzo della competizione che definirà la nostra epoca — e la maggior parte delle persone non la vede», spiega Krach. «Si sta combattendo in silenzio, all’interno delle nostre reti, dei nostri cloud e delle nostre supply chain. È una competizione tra due sistemi: libertà contro autoritarismo. E la tecnologia è il principale campo di battaglia». Il concetto attorno a cui ruota tutto è quello di trusted technology: ecosistemi fondati su integrità, responsabilità, trasparenza e stato di diritto. «La vera domanda è semplice: quali valori sono incorporati in quella tecnologia?», si chiede. «Senza fiducia non c’è sicurezza, e senza sicurezza non c’è prosperità. Una tecnologia non trusted può sembrare più economica all’inizio, ma nel tempo crea vulnerabilità strategica. Non si tratta solo di innovazione. Si tratta di capire se il mondo digitale si baserà sulla fiducia o sul controllo, e se la tecnologia rafforzerà la libertà o la indebolirà». È proprio questa logica che rende la rivalità con Pechino così strutturale. «Quello che stiamo osservando tra Stati Uniti e Cina non è solo competizione: è una battaglia su chi stabilirà le regole dell’era digitale», afferma Krach. «La Cina ha capito che chi controlla lo stack tecnologico, controlla il sistema.» Una strategia che passa esattamente per ciò che le trusted technologies vogliono impedire: la costruzione di dipendenze opache, di leve di pressione nascoste nelle infrastrutture digitali di altri Paesi. «Un ecosistema trusted è un ecosistema su cui si può contare. Non crea dipendenze nascoste né offre ad altri leve di pressione su di te» — ed è per questo, spiega, che durante la sfida sul 5G il vero spartiacque non fu tecnico, ma politico: «I Paesi dicevano: “La Cina è importante”; poi sussurravano: “Ma non ci fidiamo”. Quello è stato il momento decisivo. La mancanza di fiducia è la più grande debolezza della Cina e il più grande vantaggio competitivo del mondo libero».
In questo schema, l’Italia occupa una posizione non marginale. «Nessun Paese può vincere da solo», osserva Krach. «I vincitori saranno quelli che costruiranno le reti trusted più forti, e l’Italia è un nodo potente di questa rete.» Porta capacità industriale e leadership nella cybersecurity, ma anche «qualcosa di altrettanto importante: la capacità di connettere ecosistemi. In un mondo frammentato, contribuisce a unificare l’approccio del mondo libero alla tecnologia». La sfida, però, è trasformare la visione in esecuzione concreta — superando i limiti dei cicli politici. Il modello a cui guarda è quello della Clean Network, la rete costruita per proteggere le infrastrutture 5G globali. «Non abbiamo solo allineato governi, abbiamo allineato i mercati intorno alla fiducia», ricorda. «Quando la fiducia diventa lo standard, guidando appalti, investimenti e partnership, si crea uno slancio che alla fine rafforza la libertà stessa. È così che si passa dal coordinamento all’esecuzione, e dall’esecuzione a un impatto duraturo». Con gli Stati Uniti che si avvicinano al 250° anniversario, Krach conclude con una prospettiva storica: «La prossima fase della leadership americana sarà guidare una rete di partner trusted — nazioni libere, imprese libere e persone libere che lavorano insieme per garantire che l’innovazione rifletta i nostri valori condivisi». La posta in gioco, dice, non è solo tecnologica: «Non si tratta solo di chi costruisce la tecnologia migliore. Si tratta di capire se quella tecnologia porterà avanti quello che George Washington chiamava “il sacro fuoco della libertà”, oppure lo spegnerà».
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