Per anni abbiamo discusso di energia quasi soltanto in termini di transizione. La crisi in Medio Oriente ci ricorda che, oltre a decarbonizzare un sistema, bisogna essere certi che esso continui a funzionare. Le difficoltà di transito nello Stretto di Hormuz e gli attacchi alle infrastrutture regionali hanno riportato al centro una parola che l’Europa aveva colpevolmente trascurato: sicurezza. La decarbonizzazione riguarda il medio e lungo termine; la sicurezza, il presente.

Prima del conflitto, da Hormuz transitavano quasi 20 milioni di barili di petrolio al giorno. Oggi le stime sui flussi effettivi sono incerte: molte navi spengono i sistemi di localizzazione o viaggiano di notte, in convogli protetti. Il noleggio di una grande petroliera diretta dal Golfo verso la Cina ha raggiunto 1,5 milioni di dollari al giorno, pari a circa 20 dollari per ogni barile trasportato. La logistica può così rappresentare quasi un quinto del valore del greggio consegnato.

Non sorprende che gli scenari sul Brent siano molto distanti. In quello centrale, l’adattamento dei traffici, nuovi oleodotti e l’aumento della produzione nelle Americhe riporterebbero il prezzo verso i 90 dollari. Se invece i flussi restassero bloccati e le scorte mondiali continuassero a diminuire di circa 3 milioni di barili al giorno, il petrolio potrebbe avvicinarsi a 150 dollari e rimanervi per buona parte del 2027. Una riapertura rapida e duratura di Hormuz produrrebbe l’effetto opposto: il Brent scenderebbe verso 60-70 dollari.

Eppure le grandi compagnie petrolifere non hanno avviato una corsa indiscriminata agli investimenti. Gli azionisti chiedono disciplina finanziaria e distribuzione della liquidità. A beneficiare maggiormente della crisi sono stati invece gli esportatori statunitensi di gas naturale liquefatto, i cui titoli sono cresciuti in media di oltre il 40%. Il GNL americano è diventato ancora più essenziale per l’Europa. Il problema, infatti, non riguarda soltanto il petrolio. Gli stoccaggi europei di gas sono intorno al 51%, circa 16 punti percentuali sotto la media degli ultimi cinque anni. Le proiezioni indicano un riempimento di appena il 63% all’inizio di novembre, il livello più basso all’ingresso dell’inverno dal 2019. L’Europa non dovrebbe rimanere senza gas: possiede la capacità finanziaria per attirare carichi di GNL. Ma dovrà sottrarli all’Asia, pagando di più. Con riserve ridotte, basterebbero un inverno rigido o una nuova interruzione dell’offerta per provocare ulteriori rialzi.

Ancora più fragile è il mercato dei prodotti raffinati. Dal Golfo sono venuti meno tra 3 e 4 milioni di barili giornalieri di esportazioni, ai quali si aggiungono circa 800mila barili al giorno persi dalla Russia dopo gli attacchi alle raffinerie. Il diesel, impiegato nei trasporti, nell’agricoltura, nelle costruzioni e nell’industria, è il principale canale attraverso cui la crisi energetica si trasferisce all’economia reale.

La transizione energetica non è scomparsa, ma non può più essere separata dalla sicurezza degli approvvigionamenti. Servono più terminali, stoccaggi, interconnessioni e rotte alternative, insieme a una politica europea comune sulle riserve strategiche. E servono più rinnovabili, non soltanto per il clima, ma per ridurre una dipendenza geopolitica che oggi paghiamo molto cara. L’Europa deve quindi agire come un unico blocco anche sull’energia, integrando reti e infrastrutture secondo le specializzazioni dei singoli Stati. Come per l’esercito comune, nessun Paese può garantirsi da solo sicurezza e autonomia.