Quando scoppia la peste a Orano, in Algeria, la prima cosa che accade, prima che i morti raggiungano l’apice, è la nascita di un nuovo giornale, Il Corriere dell’epidemia. Scrive Albert Camus: «Nonostante la penuria di carta che ha costretto a ridurre il numero di pagine, era nato un altro giornale, il cui scopo era informare i nostri concittadini, all’insegna della più rigorosa oggettività, sull’espansione o la regressione della malattia; fornire loro le opinioni più autorevoli sul futuro dell’epidemia…». Il grande scrittore francese, che nel romanzo La peste, ambientato nel 1940, anticipa molte delle dinamiche cui assistiamo in questi giorni con il diffondersi del coronavirus, non poteva certo prevedere che la sua intuizione, la nascita di una informazione ad hoc per raccontare l’epidemia, sarebbe esplosa in questo modo.

L’Italia, fin da subito, è stata uno dei Paesi in cui giornali e tv hanno dedicato più spazio al virus, anche quando sembrava confinato alla sola Cina e a pochi altri Paesi asiatici. Da quando è arrivato anche qui da noi, più che informazione è diventata una ossessione. In tv, mattina e sera, canali pubblici e canali privati, talk e non talk, approfondimenti e non, è tutto un pullulare di notizie (va beh… qualcosa di simile) sul coronavirus. Giornalisti molto seri che urlano al contagio, presentatori e presentatrici meno paludati che si fotografano con la mascherina, giornalisti costretti a piantonare gli ospedali per mostrare immagini in cui non si vede nulla, se non il loro taccuino in cui sono riportate le notizie che l’agenzia ha appena battuto sul terminale del computer. E poi ci sono sempre loro, una costante di ogni catastrofe, gli opinionisti che, qualsiasi cosa accada, hanno sempre il nemico da esibire: i migranti che vogliono sbarcare nel nostro Paese.

La vera pandemia è quella dell’informazione. Dell’informazione italiana. Siamo arrivati a un appuntamento così importante, con il meccanismo già ben oliato. Per il giornalismo italiano, soprattutto quello televisivo dei talk, da anni viviamo dentro la peste. Qualsiasi argomento viene trattato secondo i canoni dell’emergenza, dell’esasperazione, dello scandalo, della pandemia. Se non proprio delle fake news. È accaduto con i migranti. Siamo il Paese che ospita meno stranieri. Ma a seguire i talk, per molti anni siamo stati e tutt’ora siamo vittime di una invasione, in realtà inesistente. È accaduto per i reati. A sentire certe trasmissioni eravamo e siamo il Far West: invece in questo decennio i reati sono diminuiti e viviamo in un Paese molto più sicuro del passato.

È accaduto per la legittima difesa, pochi casi all’anno sono stati trasformati in un assedio. Non parliamo poi della cosiddetta certezza della pena: a sentire questi opinionisti in pianta stabile, in Italia chi delinque non paga. Quando è vero esattamente l’opposto: che sono molti, troppi, coloro che finiscono in carcere da innocenti. E così via, in un gioco al massacro dei principi dello Stato di diritto e del buon giornalismo. E arriviamo a questi giorni. Quando ci sarebbe voluta una informazione accurata, ma precisa; costante ma non ossessiva; pertinente, ma non casuale; e invece ci siamo presentati con un esercito di giornalisti untori. Non untori del coronavirus, ma del qualunquismo, del pressapochismo e del panico. I pazienti zero siamo noi giornalisti.

Non entro nel merito delle scelte fatte dal governo, né della disputa tra scienziati, ma la dinamica a cui assistiamo in questi giorni è la stessa che ha avvelenato la vita politica e sociale da molto tempo. È un cortocircuito micidiale tra informazione, scelte politiche e opinione pubblica, con i nostri governanti che spesso più che ascoltare i pareri di chi ne capisce, inseguono l’allarmismo di giornali e tv, producendo alla fine un grave danno per tutti. Sono anni e anni che subiamo questa dinamica. L’abbiamo chiamata in molti modi. Circo mediatico-giudiziario (a proposito, a quando l’intervento della magistratura? Ah ecco ieri hanno sequestrato le cartelle del Paziente 1, ci stavamo preoccupando…), informazione spettacolo, infotainment.

Ora l’Oms ha coniato il termine “infodemia”, il riferimento è al racconto della diffusione del coronavirus e al modo di fare informazione sulle emergenze. Spiega la Treccani: l’infodemia fa riferimento alla «circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili». Possiamo tranquillamente estendere questo concetto a tutta l’informazione italiana per qualsiasi argomento. E a questo punto sperare che, insieme al vaccino per il coronavirus, si trovi presto anche quello per avere una buona informazione.