Chi scrive li ringrazia ancora per aver reso possibile, nella terribile primavera del 2020, “Prendiamola con filosofia”, le due maratone sui social con filosofi, scrittori, musicisti, attori, quando ogni evento culturale era stato sospeso. Quando tutto era fermo e assistevamo a scene terribili. Un format che poi in molti avrebbero copiato. I filosofi Andrea Colamedici e Maura Gancitano avevano già individuato dei “nuovi dèi”, quelli che fatichiamo ancora a riconoscere in quanto tali. Il loro nuovo libro L’alba dei nuovi dèi. Da Platone ai big data (Mondadori, p. 152, euro 18), ci aiuta proprio in questo necessario esercizio di riconoscimento, oltre a essere un libro estremamente godibile (e già in ristampa a pochi giorni dall’uscita).

L’alba dei nuovi dèi è un testo di filosofia, ma di un genere preciso. Uno dei meriti dei filosofi più interessanti della mia generazione è di aver recuperato diverse forme letterarie della filosofia: la confessione, l’autobiografia, il dialogo, il romanzo filosofico, spesso mischiandole tra di loro o con il più classico trattato/saggio. Tutte forme che fanno della filosofia un sapere creativo e libero, irriducibile al solo articolo o alla sola monografia accademica. Nel caso de L’alba dei nuovi dei si tratta di una ripresa di un genere caduto abbastanza in disuso: il genere “protrettico”, ossia di esortazione alla vita filosofica. Si tratta di un genere che i due autori sicuramente prediligono: sia nei loro libri – come nei recenti bestseller Liberati della brava bambina (Harper&Collins 2018) Prendiamola con filosofia (Harper&Collins 2020), dove l’esortazione è esplicita fin dal titolo – sia in ogni avventura della creatura culturale che li ha resi un punto di riferimento per tante persone nel nostro paese: il progetto “Tlon”. Attraverso librerie, una casa editrice, una pagina su Facebook, un profilo Instagram e numerose altre iniziative, il progetto Tlon si rivela essere un’esortazione alla filosofia diffusa, continua e diversificata. Giocando con le parole, si tratta tuttavia di un invito alla filosofia non “generico”, bensì pensato per i nostri tempi difficili.

Un’esortazione alla filosofia, scritta per essere letta da un pubblico molto vasto, quella avanzata ne L’alba dei nuovi dei che invita, in primo luogo, a guardarsi intorno con un approccio critico, strategico e soprattutto, come nella migliore tradizione della filosofia pop, invita a pensare anche attraverso i fenomeni più interessanti della cultura di massa, con la consapevolezza che videogiochi e serie tv «svolgono un’educazione emozionale e sentimentale di massa alla stregua di quella attuata dagli antichi miti omerici» (p. 137). Il testo può essere anche letto come una costante meditazione sul senso dell’alba: presuppone che si sia ancora in contatto con la notte, non ancora del tutto messa da parte. Per questo motivo l’alba non è un semplice inizio. L’alba dei nuovi dèi è, dunque, un’esortazione alla filosofia molto speciale. Si presenta come una sorta di mappa paradossale, perché si tratta della mappa del nostro disorientamento.

Un disorientamento che si ripete, perché è già accaduto qualcosa di simile, proprio quando la filosofia si è affermata con Platone e Aristotele, in un periodo di sconvolgimenti culturali, politici, economici, che ha visto svanire gradualmente “le voci degli dèi” a vantaggio di una precisa forma di razionalità e di individualità. Si tratta, questa volta, secondo Colamedici e Gancitano, di prendere una direzione diversa, verso un nuovo politeismo di cui facciamo già esperienza. Nuovi dei sono all’orizzonte – cose più grandi di noi, che ci osservano e si nutrono di noi – come social network e big data, che «funzionano esattamente come gli dèi omerici descritti da Julian Jaynes, che abitavano la mente bicamerale degli umani del tempo» (p. 126).

Gli ambienti digitali rendono possibile, dunque, un nuovo e singolare “politeismo”, fatti relazioni, di inattesi, di inviti a migliorarsi e di responsabilità individuali e collettive. La contestata, ma suggestiva, teoria della mente bicamerale di Julian Jaynes è, come risulta evidente dalla citazione del testo, uno dei riferimenti chiave del libro. Anche in questo caso, soprattutto come spunto per l’invito a relazionarci in modo differente con ciò che ci travolge, con l’inatteso. Alla ricerca di opportunità e varchi nella tempesta in cui tutti ci troviamo.