Si comincia a fare la conta dei danni a seguito dell’ondata di epidemia che potrebbe spingere nella povertà 2,1 milioni di famiglie. A denunciarlo sono i dati del report Censis-Confcooperative dal titolo “Covid, da acrobati della povertà a nuovi poveri” secondo cui oltre la metà degli italiani con il lockdown ha perso da un quarto alla metà del reddito, per i giovani la percentuale si alza fino al 60%. Nel report si legge chiaramente come a fare le spese del lockdown sono soprattutto le famiglie che si sostengono con lavori irregolari o non continuativi.

Una situazione drammatica che mette a rischio disoccupazione nei prossimi mesi 830 mila lavoratori, a cominciare dai titolari di contratti a termine e dai dipendenti di ditte individuali che quindi sono più soggette alla crisi. Inoltre la crisi rischia di aumentare le distanze territoriali, penalizzando il Mezzogiorno, ampliando la forbice delle disuguaglianze tra Nord e Sud. Già durante il lockdown 15 italiani su 100 hanno visto ridursi il reddito del proprio nucleo familiare di oltre la metà mentre altri 18 italiani su 100 hanno subito una contrazione compresa fra il 25 e il 50% del reddito, per un totale di 33 italiani su 100 con un reddito ridotto almeno di un quarto.

Molto peggio è andata ai più giovani: 41 individui su 100 di età compresa fra i 18 e i 34 anni hanno visto nettamente peggiorata la loro situazione economica. In sintesi, la metà degli italiani (50,8%) ha sperimentato un’improvvisa caduta delle proprie disponibilità economiche, con punte del 60% fra i giovani, del 69,4% fra gli occupati a tempo determinato, del 78,7% fra gli imprenditori e i liberi professionisti. La percentuale fra gli occupati a tempo indeterminato ha in ogni caso raggiunto il 58,3%.

Sono 600mila i posti di lavoro persi e 700mila disoccupati. A farne le spese sono soprattutto i giovani e le donne. Sono questi i dati diffusi dall’Istat. Intanto anche la Bce fa notare che senza l’utilizzo diffuso e generalizzato della cassa integrazione i tassi di disoccupazione in Italia sarebbero schizzati a livelli drammatici, fino a un tasso del 25%.

L’Istat segnala che a giugno il tasso di disoccupazione in Italia è salito all’8,8% con un consistente aumento delle persone in cerca di lavoro (+7,3% pari a +149mila unità). In crescita anche la disoccupazione giovanile cresciuta dell’1,9% al 27,6%. Nel confronto mensile a giugno si registrano 46 mila occupati in meno rispetto a maggio (-0,2%). La diminuzione pesa soprattutto sulle donne, con una perdita di 86 mila unità, e i dipendenti con un ‘posto fisso’, che si riducono di 60 mila unità. Cali compensati parzialmente dall’aumento degli uomini occupati (+39mila), dei dipendenti a termine, degli autonomi e degli ultracinquantenni.

Se si allarga l’orizzonte all’intero periodo della pandemia, l’Istat osserva che da febbraio “il livello dell’occupazione è sceso di circa 600 mila unità e le persone in cerca di lavoro sono diminuite di 160 mila, a fronte di un aumento degli inattivi di oltre 700 mila unità”. “In quattro mesi – evidenzia l’istituto di statistica -, il tasso di occupazione perde un punto e mezzo, mentre quello di disoccupazione, col dato di giugno, si riavvicina ai livelli di febbraio”. Sulla questione lavoro si è soffermata anche la Bce che nel suo periodico bollettino osserva per quanto riguardo l’Italia che senza il ricorso alla cig si sarebbero visti tassi di disoccupazione difficilmente gestibili. “Se la metà degli interessati fosse stata licenziata – scrive la Bce – “il tasso di disoccupazione dell’area dell’euro avrebbe di fatto raggiunto livelli molto più elevati di quelli attuali”. In particolare la disoccupazione in Italia avrebbe raggiunto un livello prossimo al 25%. Nel complesso la Bce calcola che in Italia fino a un massimo di 8,1 milioni di lavoratori (42 per cento dei dipendenti) è stato interessato da regimi di riduzione dell’orario di lavoro. Numeri che in Europa sono stati “senza precedenti”.