Sta facendo discutere l’ultimo decreto sulla chiusura delle attività economiche ritenute non essenziali. In sintesi, il provvedimento parte dalla premessa che una parte non indifferente della cosiddetta prossimità sociale nasca dagli spostamenti per motivi di lavoro, a causa sia del tragitto sia della coabitazione in ufficio, fabbrica etc. La conclusione segue facilmente: limitiamo la produzione all’essenziale. Sarebbe utile avere qualche numero in più per mettere meglio a fuoco i termini della questione.

Sulla premessa del ragionamento non sappiamo nulla. La sensazione da non addetto ai lavori è che incrociando i dati da smartphone sugli spostamenti con quelli su lavoratore e datore di lavoro si potrebbe fare senz’altro di meglio. Teniamolo a mente per la prossima volta e, intanto, accontentiamoci di contare i lavoratori potenzialmente coinvolti e il Pil da essi generato. Adattando alla bisogna i dati Istat, emerge che le attività non essenziali riguardano circa un terzo sia dei lavoratori sia del prodotto. Parte di queste attività possono comunque continuare a distanza: utilizzando le stime sullo smart working di Boeri e Caiumi apparse su lavoce.info, i lavoratori bloccati dal decreto sarebbero un po’ meno, circa un quarto del totale. È questo il numero al quale guardare in prima battuta per valutare impatto sanitario ed economico del provvedimento. Tanto o poco? Ciascuno faccia le sue valutazioni.

Si arriva quindi al punto successivo che sta facendo molto discutere: quali sono le attività essenziali e come garantire la continuità delle filiere? Il problema è di non poco conto perché i processi produttivi sono tipicamente molto integrati tra loro. La sanità per la quale stiamo tutti facendo il tifo, per esempio, non fa uso solo di prodotti farmaceutici, ma anche di attività edile e di ristorazione. Queste, a loro volta, fanno uso di altri input come, per esempio, i servizi legali e quelli informatici. E via di questo passo.

Gli esempi mostrano che è impossibile perimetrare l’insieme delle attività essenziali come se fosse un insieme autosufficiente. Il decreto sembra consapevole di queste difficoltà e cerca di non pregiudicare la continuità produttiva attraverso la norma del punto d) dell’articolo 1 che consente l’esercizio di attività essenziali solo se funzionali a produzioni essenziali, previa autorizzazione del prefetto.

E qui si prospetta un potenziale e pericoloso collo di bottiglia burocratico. Quanto vale questo pericolo? Vengono ancora in soccorso i dati Istat: una quota compresa tra un quinto e un quarto degli input delle attività essenziali indicate nel decreto è fornita da settori non essenziali. È un numero rilevante, tutt’altro che trascurabile anche considerando l’effetto lenitivo dello smart working. In altri termini: non possiamo affatto derubricare perché trascurabile il rischio di rottura delle filiere. L’ingorgo burocratico che potrebbe pregiudicare produzioni essenziali.

Post scriptum: nelle ultime ore è emersa, ex post, una seconda lettura del provvedimento, visto come strumento per la protezione dei lavoratori. Nulla questio sulla finalità, ci mancherebbe, ma la serrata non è lo strumento adatto.