Ma tant’è. Manca la motivazione della ordinanza della Corte di oggi, ma dal comunicato si ricava che essa ha giudicato troppo “manipolativa” la formulazione del quesito referendario. Spiegamoci in parole semplici, gli esperti ci perdoneranno. Il quesito puntava ad abolire i cinque ottavi dei seggi oggi attribuiti proporzionalmente. Così facendo avrebbe determinato l’esigenza di istituire i collegi uninominali nei quali eleggere quei cinque ottavi di deputati e di senatori. È discutibile – ma affermatissima – giurisprudenza della Corte che un quesito referendario è ammissibile, in materie come questa, solo se in caso di approvazione la legge elettorale residuata risulta di immediata applicazione.

Per fare questo i promotori del referendum avevano, col complesso quesito, cercato di utilizzare, adeguandole con modifiche, le norme di una leggina del 2019, approvata per assicurare l’applicabilità della legge elettorale vigente al varo della riduzione dei parlamentari (che ovviamente imporrà a sua volta messe a punto significative dei collegi). Bravi studiosi avevano difeso con argomenti diversi questa formulazione (Guzzetta, Morrone: non a caso promotori di precedenti referendum in materia elettorale), altri avevano ritenuto che fosse una forzatura utilizzare una delega approvata a uno scopo per perseguirne uno diverso, pur simile (Azzariti, Cassese, Villone).

La Corte dunque aveva la strada spianata dalla propria precedente giurisprudenza – me lo perdonino i giudici – e anche da una propria recente sportività nell’affrontare questa delicatissima materia: assecondata, dobbiamo dircelo, in questo caso, tuttavia, dalla dichiarata manipolatività del quesito e ancor di più da un clima politico che a tutto è orientato tranne che alla riforma del sistema politico-istituzionale.